Vietare è più facile che insegnare

Il 14 agosto il Consiglio costituzionale francese ha bocciato la legge che vietava i social ai minori di quindici anni. Il Parlamento l’aveva approvata il 21 luglio e sarebbe entrata in vigore il primo settembre per i nuovi account. La motivazione merita di essere letta due volte: il divieto generale è sproporzionato rispetto alla libertà di espressione, e mancano garanzie sufficienti sulla verifica dell’età e sulla riservatezza di chi si deve far identificare.

Quel secondo punto pesa più del primo. Per applicare un divieto per età bisogna sapere l’età di tutti, non solo dei minorenni. Significa costruire un sistema in cui ogni adulto, per aprire un’applicazione, dimostra chi è.

Il governo francese ha già annunciato un testo nuovo e più solido. E non è un incidente francese: la Danimarca ha un accordo politico dal novembre 2025, la Spagna ha un disegno di legge in Parlamento, la Grecia ha annunciato il divieto dal primo gennaio 2027, il Regno Unito ha pubblicato a giugno la risposta a una consultazione con centosedicimila risposte. Il Consiglio europeo ne ha discusso il 19 marzo, il G7 il 17 giugno. In Italia il disegno di legge 1136 è fermo in commissione al Senato dal 21 ottobre 2025.

Di tutti questi Paesi, uno solo ha una legge in vigore.

File di banchi di scuola vuoti, in bianco e nero, con il numero 02 in rosso

L’Australia ha provato davvero, e i numeri ci sono

Il divieto australiano per i minori di sedici anni è in vigore dal 10 dicembre 2025. È il primo al mondo. Il 31 luglio 2026 l’autorità che lo sorveglia, eSafety, ha pubblicato il bilancio a tre mesi, su una rilevazione fatta a marzo.

Prima del divieto, l’85,9 per cento dei minori di sedici dichiarava di usare almeno una piattaforma soggetta a restrizione. Tre mesi dopo: 81,5 per cento. La quota di chi le usava ogni giorno o più spesso è passata da circa il 60 al 58 per cento. Circa metà di chi ha mantenuto l’account dice che la piattaforma non ha mai verificato l’età.

Quattro punti e mezzo sull’uso, due sull’uso quotidiano. È il risultato della legge più severa mai scritta su questa materia, in un Paese con una sola lingua, un solo regolatore e nessun confine terrestre.

Uno studio indipendente pubblicato sul British Medical Journal a giugno 2026, condotto su 408 adolescenti fra i dodici e i diciassette anni nel Nuovo Galles del Sud misurati prima e tre mesi dopo, arriva alla stessa conclusione con parole più prudenti: prove insufficienti di effetti sostanziali precoci.

Vale la pena dire anche i limiti, perché altrimenti facciamo lo stesso mestiere di chi vende il divieto. Tre mesi sono pochi. I dati sono dichiarati dai ragazzi. Lo studio del BMJ riguarda un solo Stato e misura l’uso, non il benessere. E il governo australiano a giugno ha raddoppiato le sanzioni alle piattaforme, il che vuol dire che considera il primo tempo finito e non la partita.

L’obiezione seria, e va presa di petto

La replica più forte a tutto questo non viene dai governi, viene dagli esperti che il divieto lo sostengono. Il panel speciale sulla sicurezza dei minori online istituito dalla Commissione europea, nel rapporto pubblicato il 13 luglio, riconosce che la maggior parte dei minori aggira i divieti. Poi aggiunge che le norme sociali cambiano su tempi lunghi, e fa un paragone preciso: l’atteggiamento verso il divieto delle punizioni corporali a scuola ha impiegato più di una generazione a cambiare, in Germania e in Svezia.

È un’obiezione vera. Giudicare una legge che punta a cambiare un costume dopo tre mesi è come giudicare quel divieto nel suo terzo mese.

La risposta però esiste, ed è semplice: nessuno aveva promesso un cambiamento generazionale. La legge australiana prometteva di togliere l’accesso, subito, e l’accesso è tutto quello che poteva misurare a tre mesi. Su quello ha fallito, e ha fallito per una ragione tecnica che nessun tempo aggiusta: le piattaforme non hanno verificato l’età. Non è una questione di costumi, è una questione di applicazione.

Il punto in cui i due fronti si somigliano

Lo stesso rapporto europeo scrive una frase che vale più di tutto il resto: l’onere della prova deve stare sui fornitori, non sui regolatori, sui genitori o sui ragazzi. E chiarisce che il divieto sotto i tredici anni è pensato come misura precauzionale a carico delle piattaforme, che cade quando dimostrano di essere sicure per progettazione.

Detta così, non è affatto uno scarico di responsabilità sui minorenni. È un’inversione dell’onere della prova, ed è un argomento liberale.

Ma allora la domanda diventa un’altra. Se il criterio è mettere la prova a carico di chi costruisce il servizio, quello strumento esiste già e non è il divieto. L’articolo 28 del Digital Services Act impone alle piattaforme accessibili ai minori misure di sicurezza e vieta la pubblicità profilata su di loro. Il regolamento sui dati personali prevede sanzioni fino al 4 per cento del fatturato mondiale. Sono in vigore dal 2022 e sono poco applicati.

Un divieto per età è più facile da approvare che un procedimento contro una piattaforma da mille miliardi di capitalizzazione. È qui che sta la scorciatoia.

L’Estonia, che ha detto di no

Il 10 ottobre 2025 venticinque Stati dell’Unione più Norvegia e Islanda hanno firmato la Dichiarazione dello Jutland, l’impegno comune a limitare l’accesso dei minori ai social. Non l’hanno firmata in due: il Belgio e l’Estonia.

La posizione estone, sostenuta dal ministero dell’Istruzione e da quello della Giustizia e degli Affari digitali, dice tre cose: che il divieto si aggira, che spinge i ragazzi verso piattaforme più piccole e meno sorvegliate, e che toglie pressione a chi il problema lo ha creato.

E propone l’alternativa, che l’Estonia pratica da quindici anni. Lo scrive il ministero dell’Istruzione estone nel rapporto nazionale sull’alfabetizzazione mediatica del dicembre 2025, quindi non è una ricostruzione giornalistica. Dal 2011 esiste un corso obbligatorio di 35 ore, “Media e manipolazione”, nell’ultimo ciclo delle superiori, esteso dal settembre 2023 anche alle scuole di lingua russa. Dal 2023 lo sviluppo dell’alfabetizzazione mediatica è un requisito dei curricula nazionali di primarie, secondarie e istituti professionali, e la competenza digitale è una delle competenze generali che ogni insegnante deve integrare nella propria materia. Da settembre 2025 entra nella prima infanzia. Sempre da settembre 2025 è partito un programma nazionale sull’intelligenza artificiale a scuola, ventimila studenti e tremila insegnanti nel primo anno.

La prova che manca a quasi tutti

Fin qui è la descrizione di un Paese che fa una cosa. Ma un Paese che fa una cosa non è una prova che la cosa funzioni, e su questo bisogna essere onesti: il ministero estone scrive nero su bianco che la valutazione d’impatto è ostacolata dall’assenza di metriche trasparenti. L’Estonia stessa non sa misurare i risultati del proprio modello.

La prova però esiste, e viene dalla ricerca sperimentale. Una meta-analisi pubblicata su Communication Research nel 2024 ha messo insieme 49 studi sperimentali su 81.155 persone: gli interventi di alfabetizzazione mediatica producono un effetto di 0,60 deviazioni standard sulla resistenza alla disinformazione, 0,76 sulla capacità di distinguere il falso, 1,04 sulla riduzione della condivisione di contenuti falsi. Una seconda meta-analisi, sugli adolescenti, riporta un effetto di 0,48. Gli interventi ripetuti funzionano meglio di quelli in una sola sessione, e funzionano di più quando sono guidati e fatti dentro la scuola.

Tradotto: formare funziona, e lo sappiamo con lo stesso tipo di prove con cui sappiamo che una terapia funziona. Il divieto, invece, ha un solo esperimento concluso al mondo, e quello dice quattro punti e mezzo.

Due strade davanti allo stesso rischio

Non si tratta di sostenere che i social facciano bene ai ragazzi. Fanno danni misurabili, e chi sostiene il divieto non è un ingenuo: il 92 per cento degli europei ritiene prioritario proteggere i minori online, e ha le sue ragioni.

Il punto è che davanti a un rischio ci sono due strade. Una toglie la libertà a chi non è ancora capace di usarla e gliela restituisce a una data fissa, consegnando a un diciottenne un mondo che non ha mai visto, tutto insieme e senza più nessuno che guardi. L’altra dà gli strumenti mentre la libertà cresce, e chiede conto a chi costruisce l’ambiente in cui quella libertà si esercita.

La prima è più facile da scrivere e si vede subito. La seconda è lenta, costa, e i risultati arrivano quando chi l’ha decisa non è più in carica. È l’unica che produce adulti.

C’è poi una cosa che il divieto fa in silenzio, e che è la peggiore: dice a un ragazzo che la sua libertà è un problema da gestire e non una cosa da imparare. Chi cresce sentendosi dire questo, da adulto se lo sente dire su altro.

Quello che resta aperto

L’Estonia non è un paradiso digitale, e conviene dirlo prima che lo dica qualcun altro. Nell’indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità sui comportamenti degli adolescenti, i ragazzi estoni risultano fra i più a rischio in Europa per uso problematico dei videogiochi: diciannove per cento a undici anni, diciassette a tredici e a quindici. Solo due Paesi fanno peggio. Un curriculum non è uno scudo.

E l’Estonia è un Paese di un milione e trecentomila abitanti, con una scuola omogenea e la pubblica amministrazione più digitalizzata d’Europa. Chi dicesse che basta copiarla venderebbe una scorciatoia, esattamente come chi vende il divieto. L’Italia, nell’indice europeo sulla vulnerabilità alla disinformazione, è ventitreesima su quarantuno, con un punto di partenza medio-basso ma in miglioramento.

La domanda giusta non è se copiare l’Estonia. È perché l’Europa stia legiferando sulla base dell’unico esperimento che ha già dato i numeri, ignorandoli, e perché in quattro anni quasi nessuno abbia chiesto conto delle regole che ci siamo già dati.

Vietare è più facile che insegnare. E costa meno, finché non arriva il conto.