Vecchi e senza più coraggio, e i figli li cresciamo così

Il 15 agosto, quando in Italia non legge nessuno, il Foglio ha pubblicato un pezzo che vale la pena recuperare adesso. Michele Silenzi sostiene una cosa poco intuitiva: la società che tutti chiamano iperindividualista sta in realtà perdendo il senso dell’individuo. Non perché qualcuno lo abbia vietato, ma perché l’individuo, per esistere, deve poter rischiare, e noi il rischio lo abbiamo tolto dal preventivo.

La frase che regge tutto il ragionamento è questa: “l’individuo per essere tale deve essere libero, altrimenti non è”. Se la libertà è un rischio, e se una società smette di accettarne, allora l’idea stessa di individuo diventa un problema da gestire.

È una tesi filosofica. Il punto interessante è che si può misurare.

Quello che dicono i numeri

Partiamo dall’anagrafe, perché è il dato meno opinabile che abbiamo.

Prendi cento italiani a caso. Venticinque hanno passato i 65 anni, dodici non hanno ancora finito le medie, gli altri sessantatré stanno in mezzo e tengono in piedi la baracca. L’età media di quei cento è quarantasette anni. Nel 2025 sono nati poco più di un figlio a donna, 1,14, il minimo da quando l’Italia tiene i conti, e si campa fino a ottantadue anni da uomini e quasi ottantasei da donne.

Fonte: Istat, Indicatori demografici, 31 marzo 2026.

Grafico: la popolazione italiana per fasce d'età
Come è fatto il Paese per età, al 1 gennaio 2026. Fonte: Istat, Indicatori demografici, anno 2025.

Quei venticinque su cento, dopo i 65, campano in media altri vent’anni. Sono due buone notizie messe insieme, perché campare a lungo è una conquista e non una disgrazia. Ma un Paese con questa struttura ha una preferenza incorporata, e la preferenza è la sicurezza. Non per cattiveria e non per pigrizia: chi ha più anni dietro che davanti mette la stabilità sopra ogni altra cosa, ed è ragionevole che faccia così. Il problema non è la scelta dei singoli. È che quella preferenza diventa il clima di tutti, e scende lungo la scala anagrafica fino a ragazzi che non hanno nessuna ragione biologica per avere paura.

Poi c’è il secondo numero, quello che fa vedere la stessa cosa dal lato dei conti.

A fine 2025 il debito pubblico italiano vale il 137 per cento di quello che il Paese produce in un anno. Gli interessi su quel debito, cioè quello che paghiamo ogni anno solo per averlo, sono costati il 3,9 per cento del prodotto interno lordo: la spesa più alta dell’area euro. La Spagna è al 2,4, la Francia al 2,2, la Germania all’1,1. Fonti: Osservatorio sui conti pubblici italiani, 6 marzo 2026, ed Eurostat, 2025.

Il 3,9 per cento sembra poco finché non guardi dove va. Escono dal bilancio prima che qualcuno abbia deciso niente. Non comprano un ospedale, non pagano un insegnante, non finanziano una ricerca. Servono a restare in piedi.

Operai all'uscita delle acciaierie di Terni
Fine turno alle acciaierie di Terni, fra il 1948 e il 1955. Fotografia del piano Marshall, National Archives degli Stati Uniti, pubblico dominio.

Il legame fra le due cose

Un Paese che invecchia chiede sicurezza. Un Paese indebitato non può permettersi di dire di no. E allora la promessa si mantiene con la spesa corrente, la spesa corrente si copre con il debito e con la tassazione, e il debito costa interessi che riducono lo spazio per tutto il resto. Il cerchio si chiude, e dentro il cerchio non c’è la cattiveria di nessuno: c’è una serie di scelte tutte ragionevoli una per una che sommate producono immobilismo.

La fattura di quella sicurezza ha un nome e una cifra. L’Italia spende in pensioni il 15,5 per cento di quello che produce in un anno, contro il 12,3 della media europea: tre punti di differenza, quasi settanta miliardi all’anno. Fonte: Eurostat, anno 2023. Le riforme hanno funzionato, il peso era sceso al 15,1 per cento nel 2017, ma il picco deve ancora arrivare: la Ragioneria Generale dello Stato lo colloca al 17,1 per cento nel 2039, e la discesa al 13,7 soltanto nel 2070. Il conto arriva prima del sollievo, e chi versa oggi attraversa per intero i quindici anni peggiori.

Non è un argomento contro chi la pensione la prende: ha versato per quarant’anni e il patto era quello. È un argomento su dove mettiamo i soldi. Settanta miliardi l’anno sono quasi due volte e mezzo tutto quello che l’Italia spende in ricerca e sviluppo, pubblica e privata messe insieme, che vale l’1,37 per cento del prodotto. Si possono difendere le promesse fatte e insieme controllare chi prende senza averne diritto, e si può riaprire il discorso sull’età di uscita invece di far finta che il 2039 non arrivi. Perché un Paese che non cresce, alla fine, le pensioni non le paga comunque.

Questo è il punto in cui di solito arriva il rimpianto. Si stava meglio quando si stava peggio, negli anni Sessanta c’era la voglia di fare, oggi non più.

I numeri dicono un’altra cosa. Sessant’anni fa si moriva prima, si guadagnava molto meno, si lavorava in condizioni che oggi sarebbero illegali, e la sicurezza personale non era affatto migliore di adesso. Non eravamo più coraggiosi: eravamo poveri e giovani, e quando sei povero e giovane il rischio non è una scelta filosofica, è la condizione in cui ti trovi. Non avevi niente da difendere, quindi rischiavi.

Oggi abbiamo molto da difendere. È il risultato di sessant’anni di lavoro fatto bene, e non c’è niente di cui vergognarsi. Solo che la difesa, se diventa l’unica cosa che sai fare, si chiama immobilismo.

Grafico: spesa per interessi in percentuale del PIL, Italia e altri paesi
Quanto paga di interessi l’Italia, e quanto pagano gli altri. Fonte: Eurostat, 2025.

La nostalgia, in questo quadro, non è memoria. È paura del futuro travestita da ricordo. E quasi sempre chi ce la vende ci sta chiedendo di stare fermi.

Quello che resta aperto

Il legame fra età media e propensione al rischio è ragionevole, ed è documentato in letteratura, ma non è una legge fisica. Il Giappone è più vecchio di noi e continua a fare cose. Quindi la demografia spiega la pressione, non il destino, e chi dicesse che siamo condannati dall’anagrafe starebbe usando un dato per non prendersi una responsabilità.

Non ho una ricetta in tre punti, e chi ve la offre vi sta prendendo in giro. Ma una direzione sì.

Chi rischia oggi, in Italia, paga un prezzo che non è solo economico. È il tempo. Apri un’attività e scopri che una parte del tuo mese se ne va in adempimenti che esistono perché nessuno li ha cancellati, in dati che lo Stato ti richiede pur avendoli già, in autorizzazioni che passano da tre uffici che non si parlano. Nessuna di queste cose è pensata per fermarti. Tutte insieme fermano.

Ecco perché la burocrazia non è un tema tecnico da addetti ai lavori. È il modo concreto in cui un Paese comunica ai suoi cittadini se rischiare conviene o no. E un Paese che ha bisogno di gente che rischia, perché ha quarantasette anni di età media e il 3,9 per cento di quello che produce già impegnato negli interessi, dovrebbe come minimo smettere di rendere costoso il rischio con le proprie mani.

Il viadotto Poggettone dell'Autostrada del Sole, 1965
Il viadotto Poggettone dell’Autostrada del Sole fra Bologna e Firenze, 1965. Cartolina, pubblico dominio.

Non ci manca il passato. Ci manca il permesso di provarci senza pagare pedaggio a ogni curva.