Tre ore alla settimana, zero virgola trentacinque all’anno

Il 26 agosto la Banca centrale europea ha pubblicato i numeri sull’uso dell’intelligenza artificiale al lavoro. Vengono dalla Consumer Expectations Survey, che ogni mese intervista circa ventimila persone in undici paesi dell’area euro, e dicono che in due anni chi la usa è passato dal 26 al 52 per cento. Chi la usa la tiene aperta tre giorni a settimana.

Fin qui è la notizia che hanno rilanciato tutti: metà degli uffici europei lavora con l’intelligenza artificiale.

Poi ci sono le altre due righe dello stesso documento. Il guadagno di efficienza per l’intera economia dell’area euro è del 3,8 per cento. La crescita di produttività che la BCE stima è di zero virgola trentacinque punti percentuali all’anno.

Metà dei lavoratori usa una tecnologia che secondo tutti cambia il mondo, e l’economia si muove di tre decimi di punto. La ragione riguarda le imprese più di quanto riguardi i modelli.

Una scrivania d'ufficio, fotografia d'epoca
Archivio Fortepan, pubblico dominio.

Le tre ore che diventano quaranta minuti. L’utente mediano dichiara di risparmiare tre ore a settimana, cioè il 7,7 per cento del suo tempo di lavoro. Sembra molto. Ma quel 7,7 vale per chi la usa e ci guadagna davvero, e sono meno di quanti sembri: il 48,8 per cento dei lavoratori dice di usarla e di risparmiare tempo. Meno della metà. Se si spalma quel risparmio su tutti quelli che lavorano, il 7,7 diventa 3,8.

E la BCE aggiunge una condizione che nessuno dei rilanci italiani ha riportato, e che è la più importante di tutte: quelle ore diventano produttività solo se qualcuno le riempie di lavoro. Se il tempo liberato finisce in riunioni, code interne o attesa, non entra nei conti di nessuno. Non dipende da chi usa lo strumento. Dipende da chi organizza il lavoro.

Dove il guadagno c’è per davvero. Il documento mette in fila i compiti, e il risultato è istruttivo. Chi usa l’intelligenza artificiale per scrivere o correggere codice risparmia quasi otto ore a settimana, che è una giornata piena. Lo fa l’8 per cento dei lavoratori. Stesso ordine di grandezza per l’analisi dei dati e per l’automazione dei compiti ripetitivi.

Gli usi più diffusi sono altri: cercare informazioni, scrivere testi, rivedere quello che si è scritto. Sono anche quelli che fanno risparmiare meno.

Chi ha letto il pezzo di venerdì scorso su questo blog riconosce lo schema, perché è lo stesso. La parte dell’intelligenza artificiale che si vede, cioè le parole, corre e conta poco. La parte che sposta i numeri sta dentro i processi, dove non guarda nessuno. Adesso c’è anche la misura.

Poi c’è quello che ha detto Altman, e conta il modo in cui l’ha detto. Il 23 agosto Sam Altman è stato ospite del podcast Founders di David Senra. A un certo punto Senra gli riporta una cosa che gli aveva detto Tobi Lütke, il fondatore di Shopify: che il 2026 sarà ricordato come l’anno in cui ogni impresa era in palio, e che l’intelligenza artificiale ridisegnerà i software esistenti a partire dal suo. Poi gli chiede se è d’accordo.

Altman risponde di no. Sui tempi.

«Pensavo che con GPT-4, nel 2023, subito dopo ci sarebbe stata molta più dirompenza, con i business del software in palio da un giorno all’altro, di quanta ce ne sia stata. Una delle cose su cui mi sbagliavo, sulla velocità, è che l’economia ha moltissima inerzia. Le persone continuano a fare le stesse cose che facevano. Continuano a comprare dalla stessa azienda, continuano a voler usare i loro strumenti allo stesso modo.»

I giornali italiani l’hanno presa per una marcia indietro. Ma Altman non si scusa, e la parte che i rilanci hanno tagliato è quella che dice di più:

«Per molti versi è un fatto positivo, e renderà questa grande transizione che ci sta davanti più dolce e più lenta. Gliene sono grato. Ma vuol dire che siamo stati tutti troppo ambiziosi sui tempi, anche con una tecnologia straordinaria come questa.»

Chi vende la tecnologia dice che l’inerzia dei clienti gli fa comodo. È una dichiarazione che va contro l’interesse di chi la pronuncia, ed è il motivo per cui pesa più di dieci previsioni.

Le due fonti dicono la stessa cosa da due parti opposte. Una misura, l’altra ammette. La BCE conta le ore di ventimila persone al mese e trova tre decimi di punto. Altman guarda il mercato che conosce meglio di chiunque e trova la stessa lentezza. Nessuno dei due sostiene che l’intelligenza artificiale sia una bolla, e nessuno dei due dice che stia divorando il lavoro. Tutti e due dicono dov’è il collo di bottiglia, ed è lo stesso: il tempo che serve a un’organizzazione per rifare il modo in cui lavora.

Quanto durerà questa lentezza nessuno lo sa, e i numeri lo ammettono. Nel documento della BCE c’è una riga che nei rilanci non è arrivata. Le stime esistenti sulla crescita di produttività portata dall’intelligenza artificiale nell’arco di dieci anni vanno dallo 0,1 al 3,4 per cento. Fra il minimo e il massimo ci sono trentaquattro volte. Chi vi dice di sapere quanto varrà sta tirando a indovinare, e questo vale sia per chi promette il paradiso sia per chi annuncia la fine del lavoro.

C’è un ultimo dato che a un imprenditore dice più di tutti gli altri. Il 41 per cento di chi non la usa risponde che non gli interessa, e fra i dirigenti la quota di disinteressati è del 34 per cento. Un terzo di chi decide come si lavora dentro un’azienda non ha voglia di guardare lo strumento che dovrebbe far risparmiare quelle ore.

Nell’intervista Altman spiega perché considera Lütke sei o otto mesi avanti a tutti gli altri amministratori delegati, e la ragione non ha niente a che vedere con la visione: usa gli strumenti lui stesso, scrive software, prova i modelli, rifà i propri flussi di lavoro di persona. Poi comincia una frase sulla maggior parte dei capi azienda e la lascia lì.

Il punto sta tutto in mezzo a questi due numeri. Le ore si liberano davvero, e le libera una macchina che costa poco. Diventano prodotto solo se qualcuno, dentro l’impresa, decide cosa farci. Questo qualcuno non è a San Francisco e non è a Bruxelles.