Quando lo Stato decide: fumo, cibo e scelte personali

Il primo gennaio 2025, a Milano, è entrato in vigore il divieto di fumare all’aperto: sui marciapiedi, nei parchi, alle fermate del tram e ai tavoli fuori dei bar, salvo stare a dieci metri da chiunque altro. Presentandolo, l’assessorato all’ambiente ha spiegato che il provvedimento è “in primis un’azione di sensibilizzazione” e serve ad avviare “un vero cambio culturale”.

Quella frase è la cosa più onesta detta sull’argomento, e vale la pena prenderla sul serio. Non dice che l’aria migliorerà di tanto così. Dice che il punto è insegnarti a comportarti meglio.

Questo è lo Stato etico, e non è un’accusa: è una descrizione, per giunta fornita da chi la norma l’ha scritta. Lo Stato etico non è lo Stato che ti impedisce di fare del male a un altro, che è il suo mestiere e nessuno lo discute. È lo Stato che decide cosa è bene per te e poi te lo mette in norma, perché non si fida che tu ci arrivi da solo.

Io non fumo e non uso cannabis, e penso che il consumo abituale tolga lucidità. Non è questo il punto. Il punto è chi decide, e con quale titolo.

Un panino con patatine e una bibita su un tagliere di legno, in bianco e nero, con il numero 01 in rosso

Il fumo, e un numero che ho sbagliato io

L’amministrazione ha giustificato il divieto dicendo che il fumo di sigaretta vale il 7 per cento delle emissioni di polveri sottili, secondo i dati di Arpa Lombardia.

Nella prima versione di questo articolo, un anno e mezzo fa, ho usato lo stesso numero per dire il contrario, e l’ho pure definito un contributo “estremamente marginale”. Sbagliavo due volte. Il 7 per cento non è estremamente marginale. E quel numero non l’avevo verificato.

Verificato, dice una cosa più utile di tutte e due le tesi. Viene da INEMAR, l’inventario delle emissioni della Regione Lombardia curato da Arpa, edizione 2021, e riguarda il territorio del Comune di Milano. Un inventario non misura l’aria: la stima. Prende un indicatore di attività, lo moltiplica per un fattore di emissione preso dalle metodologie europee e americane, e ottiene quanto viene rilasciato dentro un confine. Le centraline invece misurano quanto se ne respira, e quello che si respira a Milano arriva in buona parte da fuori Milano. Sono due grandezze diverse e non si sostituiscono a vicenda. Nel frattempo è uscita l’edizione 2023, quindi quel 7 per cento è anche vecchio di due edizioni.

Ma la prova che il fine non era l’aria non sta nei numeri: sta in tribunale. Nel 2021 il regolamento è stato impugnato e il Tar Lombardia lo ha salvato, con la sentenza n. 2631 del 29 novembre, non come misura sulla qualità dell’aria: come esercizio del potere del Comune in materia di sicurezza urbana e decoro. Il giudice ha qualificato la norma per quello che è.

E il resto lo racconta l’applicazione. Nei primi trentaquattro giorni la polizia locale ha fatto diciannove multe, trenta nei primi due mesi. Nei quattro anni precedenti, quando il divieto valeva solo per parchi, fermate, cimiteri e impianti sportivi, ne erano state fatte quattordici in tutto. Una norma che si vuole far rispettare si fa rispettare. Questa serve a dire da che parte sta la città.

Chi ha i tavoli fuori a Milano se n’è accorto subito, perché il primo a doverlo spiegare al cliente non è il vigile: è chi porta i piatti.

La guida, dove lo Stato etico entra nel penale

Qui la faccenda si fa seria, perché non si tratta più di quaranta euro.

A dicembre 2024 la legge 177 ha riscritto l’articolo 187 del codice della strada. Prima si puniva chi guidava in stato di alterazione dopo aver assunto stupefacenti, e l’alterazione andava provata. Adesso basta l’avere assunto: il legame è cronologico e non più causale. Positivo al test, reato, e non importa se al volante eri lucido.

Il consumo di cannabis lascia tracce rilevabili per giorni e, negli utilizzatori abituali, anche oltre i trenta, come scrive l’Istituto superiore di sanità. Vuol dire che si può rispondere di un reato per una scelta fatta due settimane prima, che quella sera non ha prodotto nessun pericolo per nessuno.

È il passaggio esatto in cui lo Stato smette di punire il danno e comincia a punire l’abitudine. E che il legislatore sia andato oltre il segno lo dice l’amministrazione stessa: ad aprile 2025 i ministeri dell’Interno e della Salute hanno mandato una circolare che esclude l’esame delle urine e chiede sangue o fluido orale, perché servono a verificare “una persistente attività della sostanza”. Cioè la circolare rimette dentro l’alterazione che la legge aveva appena tolto. Come ha osservato Gian Luigi Gatta su Sistema Penale, “non si può sostenere che una circolare possa far dire quello che la legge ha voluto non dire più”.

Guidare drogati è pericoloso e va colpito duro. Ma si colpisce la condotta pericolosa, non la traccia in un campione. Qui il garantismo non è un’opinione: l’onere della prova sta allo Stato, e una legge che se lo toglie di dosso va corretta.

La sugar tax, che non esiste

Il terzo caso è il più istruttivo, perché lo Stato etico qui non ha nemmeno avuto bisogno di applicare qualcosa.

La sugar tax fu votata nella legge di bilancio 2020, dieci euro per ettolitro sulle bevande zuccherate, per combattere obesità e diabete. Doveva partire nell’ottobre 2020.

Non è mai entrata in vigore. Otto rinvii in cinque anni, contati dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani. L’ultimo l’ha disposto la legge di bilancio 2026, che l’ha spostata al primo gennaio 2027, come l’Agenzia delle dogane ha comunicato agli operatori a gennaio. I 372 milioni che avrebbe portato nel 2026 erano stati messi a bilancio e poi tolti.

Anche qui, nella prima versione, avevo scritto una cosa falsa: che i costi si scaricavano sui consumatori. Non c’è nessun costo, perché non c’è nessuna tassa. C’è una tassa annunciata sei anni fa, mai applicata e mai abrogata, che ogni dicembre torna in Parlamento per essere rinviata di dodici mesi. Le imprese la tengono in bilancio come rischio da sei anni. Gli obesi sono esattamente quelli di prima.

Sei anni di dichiarazione morale a costo zero. Lo Stato ha detto da che parte sta sullo zucchero e non ha dovuto fare altro.

Dove passa la linea

Non sto dicendo che lo Stato debba togliersi di mezzo, e non tutte le regole di cui sopra sono uguali.

Il divieto di fumo nelle aree gioco dei bambini e alle fermate protegge qualcuno da un danno che non ha scelto, e infatti quello si applica dal 2021 e ha senso. Le sanzioni per chi guida davvero alterato proteggono chi sta sulla strada. Lì lo Stato fa il suo mestiere, e chi si dice liberale non ha niente da obiettare.

La linea passa dove il destinatario del danno sei tu. Da lì in avanti la scelta è tua, anche quando è una scelta sbagliata, e lo Stato può informarti, tassarti se te lo dice in faccia, provare a convincerti. Non può decidere al posto tuo e chiamarlo salute pubblica.

E c’è un motivo pratico, oltre a quello di principio: lo Stato etico non funziona. Diciannove multe in trentaquattro giorni, una tassa rinviata otto volte, una legge che l’amministrazione deve correggere per circolare. Producono obbedienza a parole e nessun risultato misurabile, e intanto abituano tutti all’idea che la regola sia un annuncio e non una cosa che si fa rispettare. È il modo migliore per far perdere autorità anche alle regole che servono.

Quello che chiedo è piccolo e fastidioso, e si può fare domani mattina: che ogni divieto e ogni tassa nascano con scritta dentro la data in cui si va a vedere se hanno funzionato, con quale numero lo si misura e chi lo pubblica. Se il divieto sul fumo ha abbassato le polveri, si dica di quanto e lo si tenga. Se non le ha abbassate, si tenga dove protegge qualcuno e si tolga dove serviva solo a dire da che parte stiamo.

Uno Stato che deve rendere conto di un risultato torna a fare politiche. Uno Stato che deve solo dichiarare che cosa è bene fa prediche, e le prediche non le ha chieste nessuno.