Milano non è la città del No

Il 22 marzo Milano è andata a votare sulla riforma della giustizia e ha detto no, con il 58,3 per cento. In Italia il no si è fermato al 54. In Lombardia ha vinto il sì, con il 53,6.

La città più grande della regione ha votato in senso opposto alla regione, e non è stata l’unica: hanno detto no anche Bergamo, Brescia, Como, Pavia, Monza, Mantova e Lodi. Tutti i capoluoghi da una parte, tutto il resto della Lombardia dall’altra.

A votare sono andati in 619.790 su 951.417, il 65,1 per cento. Alle comunali del 2021 si era mosso il 47,7. Per la giustizia è uscito di casa un terzo di milanesi in più che per scegliere il sindaco.

La stazione Amendola-Fiera della metropolitana di Milano, primi anni Sessanta
Milano, la stazione Amendola-Fiera della linea 1 durante le prove, fra il 1962 e il 1964, poco prima dell’apertura. Archivio Metropolitana Milanese, pubblico dominio.

Il Municipio 1 è l’unico dei nove dove il sì ha superato il no: 51,1 contro 48,9. In una città che boccia con il 58,3, il centro storico vota all’opposto di tutto il resto, ed è anche il municipio dove si è votato di più, quasi il settanta per cento. All’estremo opposto sta il Municipio 3, con il 61,1 di no. Dodici punti di distanza fra due pezzi della stessa città, su una domanda che con la geografia non c’entra niente.

Fonte: Comune di Milano, Portale del Dato, risultati del referendum costituzionale del 22 marzo 2026.

Grafico: scarto fra sì e no per municipio al referendum del 22 marzo 2026
Referendum del 22 marzo 2026, scarto fra sì e no per municipio. Comune di Milano, Portale del Dato.

Era già successo nove mesi prima

Nove mesi prima, l’8 e il 9 giugno del 2025, si era votato su cittadinanza e lavoro. Il quorum non fu raggiunto: affluenza nazionale al 30,6 per cento. Nelle sette grandi città si arrivò al 36,9, sei punti sopra la media, e in quelle città vive il 13 per cento degli elettori mentre si concentra il 16 per cento del reddito, 31.000 euro a testa contro 24.300.

Dentro Milano la spaccatura fu la stessa. In Duomo il sì sulla cittadinanza superò quello sul lavoro di nove punti. A Muggiano, a Roserio, a Triulzo Superiore accadde il contrario, con trenta punti di distanza.

Fonti: Comune di Milano per il 2026; YouTrend, 11 giugno 2025, per l’analisi per quartiere.

Due referendum a nove mesi di distanza, su materie che non hanno niente in comune, e la città si divide sempre nello stesso punto. Quando la linea di frattura non si sposta al cambiare della domanda, vuol dire che non sta rispondendo alla domanda.

Periferia di Milano, cartellone strappato e palazzo nuovo, foto di Paolo Monti
Milano, periferia, fra il 1950 e il 1970: un cartellone strappato, la strada non ancora finita, e un palazzo nuovo che si specchia nella pozza. Foto Paolo Monti, Fondo Paolo Monti, BEIC, CC BY-SA 4.0.

Quello che è successo agli abitanti

Fra il 2014 e il 2023 il Comune ha registrato 488.000 iscrizioni all’anagrafe e circa 400.000 cancellazioni. Un terzo dei residenti di dieci anni prima è stato sostituito, mentre la popolazione cresceva del 4 per cento. In dieci anni Milano è cresciuta poco e si è ricambiata molto.

Grafico: iscrizioni e cancellazioni all'anagrafe di Milano, 2014-2024
Iscrizioni e cancellazioni all’anagrafe di Milano, anno per anno, 2014-2024. Comune di Milano, open data anagrafe. Nostra elaborazione.

Il saldo per età dice il resto. Fra i 19 e i 34 anni sono arrivate 241.567 persone e ne sono partite 132.364: centonovemila in più. Fra i 35 e i 64 il saldo è negativo di novemila e quattrocento. Sopra i 65 mancano ventimila e cinquecento persone.

L’età media è rimasta ferma, da 45,5 a 45,8 anni. Le persone cambiano, il profilo no.

Fonte: Comune di Milano, Portale del Dato, aggiornamento del 19 dicembre 2025.

E c’è un ultimo numero, che spiega dove sono finiti gli altri: di chi lascia Milano, il 31 per cento resta nei comuni della cintura. E sono sempre di più: chi lascia Milano per un altro comune italiano era 24.600 nel 2014, è 38.300 nel 2024, più della metà in più. Restano a un passo dalla città: a spingerli fuori è stato il prezzo.

Fonte per la serie 2014-2024: Comune di Milano, open data dell’anagrafe, nostra elaborazione.

Periferia di Milano negli anni Cinquanta, foto di Paolo Monti
Milano, periferia, fra il 1950 e il 1960: un campo di macerie, un uomo che ci lavora dentro, e dietro di lui i palazzi nuovi. Foto Paolo Monti, Fondo Paolo Monti, BEIC, CC BY-SA 4.0.

La spiegazione che gira, e perché non basta

La lettura che circola è la più comoda: Milano ha cambiato idea perché ha cambiato abitanti. Va presa sul serio, perché la prima metà è vera e l’abbiamo appena contata. Il problema è la seconda.

Se il ricambio producesse da solo un orientamento, dieci anni di sostituzione come quelli avrebbero dovuto consegnare una città omogenea. Ne hanno consegnate due. Il Municipio 1 e il Municipio 3 hanno ricevuto lo stesso flusso per lo stesso decennio, con le stesse proporzioni di italiani da fuori regione e di stranieri, e a marzo hanno votato in modo opposto. Il voto chi arriva lo prende dove va ad abitare.

E dove andare ad abitare lo decide il prezzo, che a Milano è la cosa più selettiva che c’è.

Milanesi si diventa, ma solo da una parte

Quello che segue è un’opinione mia, perché una statistica sull’assimilazione non esiste.

Milano fa due cose una dopo l’altra. Prima seleziona, poi forma. Seleziona perché per venirci a ventisette anni devi aver già accettato un patto, e quel patto sta scritto negli affitti: lavori molto, paghi molto, vivi in poco spazio, e in cambio hai una città che ti apre delle porte. Chi non accetta il patto non arriva, oppure arriva e dopo due anni torna a casa. Poi forma, e qui l’omologazione di cui si parla esiste per davvero: dopo tre anni ti lamenti dei turisti in Duomo, dai gli appuntamenti citando la fermata della metropolitana, e voti come i tuoi vicini di scala. Milanesi si diventa, e in fretta.

Grafico: saldo anagrafico per fascia d'età, Milano 2014-2023
Saldo fra iscritti e cancellati all’anagrafe di Milano, 2014-2023, per fascia d’età. Comune di Milano, Portale del Dato.

Solo che si diventa milanesi di un pezzo di Milano. Il meccanismo gira dentro la cerchia e si ferma dove cominciano gli affitti che una persona riesce a pagare da sola. In quei quartieri la gente nuova arriva quanto in centro, ma il vicino di scala da cui prendi la misura è un altro, e la città che ti apre le porte non è la stessa. Poi arriva un referendum, uno qualunque, e la differenza si legge in cifre.

Il punto politico

Adesso la parte che mi riguarda, perché in questa città non faccio solo l’imprenditore.

La sicurezza a Milano è un problema vero e sentito, e chi dice il contrario non prende la metropolitana la sera. Ma non è il tema che farà vincere le elezioni. Servirà a un’altra cosa: a definire gli equilibri dentro il centrodestra, e i rapporti con le liste di Vannacci. È una battaglia che sposta voti dentro la coalizione.

Milano intanto continua a spostarsi a sinistra. Pesa la demografia, ma pesa anche il fatto che nessuno le ha portato una città alternativa. Lo dico da dentro, perché è il mio campo: la classe politica milanese della mia parte non è all’altezza della città di cui vuole occuparsi. E non di poco.

Basta guardare che cosa propone. Contro le ciclabili, contro l’Area B, contro le piste, contro il degrado. Messe in fila dicono che Milano oggi non va bene, e niente su come dovrebbe funzionare fra dieci anni.

Milano non è la città del No: è la città che se le dici no, ti deve sentire dire anche cosa vuoi fare al posto. Un no senza alternativa, qui, non incassa niente. E in una città dove un terzo dei residenti è arrivato negli ultimi dieci anni, e ci è arrivato apposta, promettere di disfare le cose per cui ci è venuto suona come una minaccia.

Sono più battaglie di singoli che cercano di affrancarsi per consenso personale che un progetto condiviso di città. La differenza sta nei tempi e nei destinatari. Il progetto dà frutti dopo cinque anni e li dà a tutti; la battaglia identitaria dà visibilità stasera e la dà a uno. Chi deve farsi un nome sceglie la seconda, e fa una scelta razionale. Il guaio è che venti scelte razionali come quella, sommate, fanno un elenco di persone che si fanno notare.

Per questo viene scelta la sicurezza e non la casa. La sicurezza funziona benissimo come battaglia individuale: la porti in consiglio da solo, la spieghi in tre righe, vai in televisione. Una politica della casa ti obbliga a metterti d’accordo con altri per anni, e il merito, se arriva, arriva a tutti insieme.

Milano anticipa, ma solo quando qualcuno le porta qualcosa

Si dice che Milano anticipi il paese. Sul voto non regge: nel dicembre del 2016 la città disse sì alla riforma costituzionale, con il 51,1 per cento, mentre l’Italia diceva no con il 59,1. Se fosse un sismografo del voto nazionale, quella sera si sarebbe rotto.

Quello che Milano anticipa sono le offerte politiche. Il 20 giugno 1993 eleggeva Marco Formentini con il 57,1 per cento: primo sindaco della Lega in una grande città italiana, nove mesi prima che quella coalizione vincesse le politiche. Il 30 maggio 2011 eleggeva Giuliano Pisapia con il 55,1, cinque mesi e mezzo prima che il governo di allora cadesse. In tutti e due i casi Milano ha scelto per prima una proposta nuova, e il paese ci è arrivato dopo.

Il che vuol dire anche il contrario. Quando nessuno le porta una proposta nuova, Milano non anticipa niente: resta dove sta. È quello che sta accadendo ora, e la responsabilità è di chi non le porta niente.

Cosa dicono davvero quei numeri

La faglia non è fra chi è nato qui e chi è arrivato. Se fosse quella, il centro, che è il posto con più gente nuova in assoluto, sarebbe la parte di città più diversa da sé stessa, e invece è l’unica che tiene una posizione stabile da dieci anni. La faglia è fra chi può pagare il centro e chi non può, e questa è una cosa su cui si governa.

Di chi lascia Milano, il 31 per cento si ferma nei comuni della cintura. Ogni scelta che rende il centro più desiderabile senza aumentare quanto si costruisce spinge quel confine un chilometro più in là, e con il confine si sposta un pezzo di elettorato. Poi si legge il risultato di un referendum e si scopre che la città si divide sempre nello stesso punto, e ci si stupisce.

La sostituzione è il risultato di scelte su case, permessi, trasporti e tempi di risposta, e quelle scelte le ha prese qualcuno. Il primo che a Milano riuscirà a dire che cosa vuole costruire, invece di che cosa vuole fermare, scoprirà che questa città aspettava solo che qualcuno glielo chiedesse bene.