L’uomo nuovo non voleva froci, e i diritti ve li hanno dati al posto del futuro

Ogni giugno, ai cortei del Pride, ne passa qualcuna: una bandiera arcobaleno con stampata sopra la faccia di Ernesto Guevara. La vendono in rete a pochi euro, la trovi in dieci secondi, e chi la porta lo fa in perfetta buona fede, perché ha imparato che quella faccia sta dalla parte di chi viene escluso.

L’uomo stampato su quella bandiera ha fondato un campo di lavoro. E quando gli hanno chiesto conto di che cosa fosse, lo ha difeso per iscritto.

Fotografia di Alberto Korda, 1960, pubblico dominio. La bandiera dietro l’abbiamo messa noi.

Che cosa vuol dire «uomo nuovo»

Quelle due parole hanno una storia più lunga di Cuba, e vale la pena sapere da dove arrivano prima di andare avanti.

Arrivano dalle lettere di Paolo. C’è l’uomo vecchio che si spoglia e l’uomo nuovo che si riveste: chi si converte non migliora, cambia persona, e quello che era prima se lo toglie di dosso come un cappotto. Il socialismo del Novecento prende quella figura, le toglie Dio e si tiene la meccanica: c’è un uomo sbagliato che deve finire e uno giusto che deve cominciare.

Trotsky lo scrive senza giri di parole nel 1924, nelle ultime righe di Letteratura e rivoluzione. L’uomo diventerà «incomparabilmente più forte, più saggio, più sottile», il corpo più armonioso, i movimenti più ritmici, la voce più musicale, e «il tipo umano medio si alzerà all’altezza di un Aristotele, di un Goethe, di un Marx. E sopra queste cime se ne alzeranno di nuove». Sta fissando degli obiettivi di produzione, e il materiale sono le persone.

Lev Trotsky nei primi anni Venti. Nel 1924 scrive che il tipo umano medio si alzerà all’altezza di un Aristotele. Fotografia di autore ignoto, pubblicata sulla rivista Prožektor nel gennaio del 1924, pubblico dominio.

Guevara arriva quarant’anni dopo. Nel marzo del 1965 scrive dall’Algeria una lettera a Carlos Quijano, che dirige il settimanale uruguaiano Marcha, e Quijano gliela pubblica il 12. Il mondo la conosce come Il socialismo e l’uomo a Cuba.

Tre frasi, sue, di quel testo.

«La società nel suo insieme deve diventare una gigantesca scuola.»

«La gioventù è l’argilla malleabile con cui si può costruire l’uomo nuovo.»

«La colpa di molti nostri intellettuali e artisti sta nel loro peccato originale: non sono autenticamente rivoluzionari.»

Non c’è una parola sugli omosessuali, in quel testo. Non serve.

Se la società intera è una scuola, qualcuno è il preside. Se i giovani sono argilla, qualcuno ha le mani. E se esiste un peccato originale, esiste qualcuno che lo assolve e qualcosa che lo espia.

L’uomo nuovo è una specifica: stabilisce come devono diventare le persone. Chi la scrive, anche con le intenzioni migliori del mondo, ha appena inventato due mestieri che prima non c’erano. Quello di chi guarda la gente e decide chi somiglia al modello. E quello di chi si prende in carico gli altri, in un posto fatto apposta, perché da solo nessuno diventa un’altra persona.

Da quel momento non serve odiare nessuno personalmente per arrivare ai campi. Basta applicare il principio con coerenza.

Il principio, e chi lo ha portato a Cuba

Il principio ha una forma precisa, e non è la prigione: chi devia non si punisce, si corregge col lavoro.

Non lo inventa Guevara. Nel marzo del 1934 l’Unione Sovietica introduce l’articolo 121 del codice penale: l’omosessualità maschile torna reato, e la pena sono cinque anni di lavori forzati. Due mesi dopo, il 23 maggio, la Pravda pubblica un articolo di Maksim Gor’kij in cui l’omosessualità è una malattia borghese e un prodotto del fascismo tedesco. Lo slogan è: distruggete gli omosessuali, il fascismo sparirà.

Nel 1960, appena nominato ministro dell’Industria, Guevara torna da un viaggio in Cina colpito dalle brigate di lavoro, e ordina la costruzione del campo di Guanahacabibes. Ci finisce chi ha commesso colpe contro la morale rivoluzionaria.

Due anni dopo, in uno scambio di lettere con un dirigente d’azienda sulle punizioni ai lavoratori, gli tocca spiegare che cosa sia quel posto. Risponde così: «Guanahacabibes non è una prigione feudale. A Guanahacabibes non si manda chi dovrebbe stare in carcere. Si manda chi ha commesso una mancanza più o meno grave contro l’etica rivoluzionaria ed è stato licenziato dal proprio lavoro. Lì si lavora duro, ma non è brutale.»

Vale la pena rileggerla piano. Sta difendendo un posto che tiene a distinguere dal carcere, e la distinzione gli sta a cuore. Chi ci finisce ha violato un’etica, non una legge, e sconta lavorando.

Guevara non ha inventato quella ricetta. L’ha importata. È lui che la installa a Cuba, cinque anni prima che qualcuno la punti sugli omosessuali.

Che cosa è successo dopo

Nel novembre del 1965 aprono le UMAP, Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Restano in piedi fino al 1968 e ci passano migliaia di persone: omosessuali, testimoni di Geova, sacerdoti, intellettuali. Il metodo è quello: il lavoro raddrizza.

Dal ventiquattro al ventotto aprile del 1971, all’Avana, il Primo Congresso Nazionale di Educazione e Cultura mette la cosa per iscritto. L’omosessualità è una patologia sociale, e gli omosessuali vanno esclusi dalla scuola, dalla cultura, da qualsiasi ruolo che metta in contatto con i giovani.

Il trentuno agosto del 2010, in un’intervista a Carmen Lira Saade per il quotidiano messicano La Jornada, Fidel Castro se ne prende la responsabilità. Le parole sono queste: «Una grande ingiustizia! Chiunque l’abbia fatta. Se siamo stati noi, noi…» E aggiunge che sta cercando di delimitare la propria responsabilità, perché personalmente quel pregiudizio non ce l’aveva.

È una frase che si interrompe da sola, ed è per questo che vale: è il modo in cui un uomo di novantadue anni si accorge tardi di che cosa ha lasciato fare.

Novantadue anni, e nessuno di questi passaggi è contestato. Li hanno ammessi loro.

Fidel Castro ai microfoni a Washington, 15 aprile 1959. Ha trentadue anni. La responsabilità per quello che è successo agli omosessuali se la prenderà cinquantun anni dopo. Fotografia di Warren K. Leffler, Library of Congress, pubblico dominio.

L’obiezione seria, e la risposta

Chi conosce la materia a questo punto ha un’obiezione buona, e va presa per intera: le UMAP non sono di Guevara. Quando aprono, nel novembre 1965, lui ha già lasciato Cuba per il Congo. Non le ha ordinate, non le ha gestite, non le ha viste. Chi gliele attribuisce dice una cosa falsa, e chi costruisce un pezzo su quella falsità merita di essere smontato.

La risposta è che il punto non è mai stato quello.

Non ci interessa che cosa pensasse in privato di chi ama chi, e non abbiamo bisogno di attribuirgli un campo che non ha aperto. Ci interessa che abbia fondato il principio: esiste un uomo giusto, esiste chi non ci somiglia, e chi non ci somiglia si corregge lavorando. Chi stabilisce quel principio non decide chi finirà nei campi. Decide che i campi ci saranno, e lascia ad altri il compito di riempirli.

È la parte che non si può separare. Puoi togliere a Guevara le UMAP. Non gli puoi togliere Guanahacabibes, che è del 1960 e porta la sua firma.

Da che parte sto, e da quando

A questo punto è giusto che chi legge sappia da dove parlo, perché senza questo il resto si legge storto.

Su come uno vive, chi ama, con chi va a dormire e cosa fa della propria vita, la mia posizione è la più larga che esista. Non sono affari dello Stato e non sono affari miei. Me l’hanno data in casa, per educazione, molto prima che avessi le parole per spiegarla, e poi me la sono trovata sotto mano per il lavoro che ho scelto. Ho lavorato nei locali serali dalla fine degli anni Ottanta per tutti i Novanta, e lì non c’era niente da dichiarare, perché non c’era niente da chiedere. Nessuno faceva coming out, perché nessuno doveva: ognuno viveva la propria sessualità come voleva, e non era una concessione di nessuno. Si lavorava insieme, si usciva insieme, e chi eri lo eri.

Chi c’era in quegli anni lo sa: era tutto meno bigotto. Si diceva di tutto, ci si prendeva in giro su tutto, e proprio per questo nessuno aveva bisogno di dimostrare niente. La libertà si praticava, e a nessuno era venuto in mente di doverla esporre.

E quando dico bigotto non parlo solo dei preti e delle famiglie che non capivano. Ci metto dentro anche il bigottismo di adesso, che ha soltanto cambiato parrocchia. C’è una religione dei diritti che ha i suoi dogmi, le sue parole giuste, i suoi peccati e i suoi scomunicati, e che come tutte le religioni serve soprattutto a separare chi sta dentro da chi sta fuori. Ha preso il posto di quella vecchia e ha tenuto lo stesso mestiere: dire alla gente come si sta al mondo.

Il paradosso è che una cosa nata per includere ha finito per escludere. Sbagli una parola e sei fuori, e sei fuori anche se quella parola non l’hai mai usata per fare male a nessuno. In quei locali ci si diceva di tutto e non restava fuori nessuno. Adesso si sta attentissimi a come si parla, e chi non conosce il vocabolario nuovo sta zitto e se ne va a casa.

Quello che è successo è che la libertà è diventata una posizione da dichiarare. E una posizione da dichiarare si può distribuire, si può contare, e soprattutto si può dare al posto di qualcos’altro.

L’uomo nuovo era una promessa sul futuro

Qui sta la cosa che tiene insieme tutto, e non riguarda Cuba.

L’uomo nuovo non era una descrizione del presente. Era una promessa sul futuro, ed è per quello che ha funzionato. Guevara non chiedeva consenso su quello che stava facendo: chiedeva credito su quello che sarebbe venuto. Gli uomini di adesso sono materiale da costruzione, l’uomo vero arriva dopo. L’argilla è quella che ha in mano, la statua la vedranno altri.

È lo scambio più antico della politica. Ti prendo il presente e ti do il futuro. E siccome il futuro non si può verificare, il conto non arriva mai.

Chi pagava, a Cuba, lo sappiamo: chi non somigliava al modello. Chi paga oggi in Italia non finisce in un campo, ma paga lo stesso, e paga nella stessa moneta. Il futuro.

Il futuro, in due numeri

In Italia si esce dalla casa dei genitori in media a trent’anni e un mese. La media europea è ventisei anni e due mesi: quasi quattro anni di scarto, e sono numeri Eurostat sul 2024. Il 15,2 per cento dei ragazzi fra i quindici e i ventinove anni non studia, non lavora e non si sta formando: secondo dato peggiore dell’Unione europea dopo la Romania, e al Sud si arriva al 23,3 per cento contro il 9,8 del Nord. Questi sono dell’Istat, rapporto annuale 2025.

Dietro quei numeri non c’è pigrizia. C’è una vita che comincia con quattro anni di ritardo. Quattro anni sono la differenza fra fare un figlio e non farlo, fra comprare una casa e affittarla per sempre, fra aprire un’attività a ventisette anni e non aprirla mai.

Non c’è nessuna bandiera che sposti quei numeri di un decimale.

Li spostano contratti che si possano firmare, case che si possano comprare, tasse che si possano pagare, permessi che arrivino prima che l’idea sia morta. Sono cose che costano a qualcuno: a chi la rendita ce l’ha, a chi la posizione ce l’ha, a chi il posto ce l’ha già. Ed è per questo che al loro posto si distribuiscono simboli.

E qui va detta la cosa scomoda, e la dico da dove sto io.

Non sono contro le riforme che hanno reso il mercato del lavoro più flessibile. Il pacchetto Treu del 1997 e il Jobs Act del 2015 hanno tolto rigidità a un sistema che ne aveva troppe, e chi ancora oggi difende l’articolo 18 come una conquista sta difendendo una garanzia distribuita male, che protegge chi è già dentro e non ha mai fatto niente per chi è fuori. I sindacati che vivono su quella difesa sono parte del problema, non della soluzione. Io credo nel merito, e il merito ha bisogno di un mercato che si muova.

Il problema è la metà di lavoro che non è stata fatta dopo.

Rendere flessibile un mercato è metà dell’opera. L’altra metà è costruire le condizioni perché un ragazzo, dentro quel mercato, possa comunque mettere su una vita: case che si possano comprare, tasse che si possano pagare, permessi che arrivino, un sistema che premi chi vale invece di chi aspetta il turno. Quella metà nessuno l’ha fatta. E la flessibilità senza le condizioni ha un altro nome, che è precarietà.

Mentre non la si faceva, la politica ha trovato una moneta che non costa niente da spendere.

Poco più di un anno separa il decreto sul contratto a tutele crescenti dalla legge sulle unioni civili. Le unioni civili erano una cosa giusta e andavano fatte, e chi le ha fatte ha fatto bene: non è di quella legge che sto parlando. Sto parlando del fatto che a un ragazzo di venticinque anni, in quei mesi, è stato riconosciuto il diritto di sposare la persona che ama, e non gli è stato dato nessuno degli strumenti per costruirsi la vita in cui quel matrimonio dovrebbe stare. La prima cosa si annuncia in conferenza stampa e non toglie niente a nessuno. La seconda costa, e costa a chi ha già il posto, la rendita, la posizione.

La sinistra ha una responsabilità grossa, e non per avere fatto quelle riforme. Per avere smesso di occuparsi del futuro materiale delle persone nel momento esatto in cui ha scoperto che i diritti civili si potevano dare senza pagare niente. Ma la responsabilità non è solo sua, perché quella moneta l’hanno spesa tutti: era comoda per tutti.

E i giovani sono stati distratti, in massa e con successo. Vent’anni a litigare su come si chiamano le cose, su chi può dire cosa, su quale bandiera si espone: discussioni che possono durare per sempre, perché non hanno un prezzo e non hanno una fine. Chi le faceva era convinto di combattere la battaglia giusta, e in buona fede lo era. Intanto nessuno rispondeva della sola domanda che contava, cioè come si fa a mettere su una casa e a fare un figlio a trent’anni in questo paese.

È questa la parte che mi fa più rabbia. Non che abbiano avuto dei diritti: che quei diritti siano serviti a qualcun altro per non rispondere di tutto il resto.

Un simbolo è gratis. Non toglie niente a nessuno, non fa arrabbiare nessuno di importante, e ti fa sentire dalla parte giusta stasera stessa.

Quella faccia sopravvive per questo. È il costume più economico del mondo: te la metti addosso e sei buono, senza avere studiato niente, senza avere rinunciato a niente, senza dover litigare con nessuno.

Il conto

A chi porta quella faccia addosso non c’è niente da rimproverare. Nessuno gliel’ha mai spiegata.

Il conto va presentato a chi gliel’ha venduta: a una classe politica che ha capito prima di tutti che distribuire identità costa zero e costruire futuro costa carissimo. Vi hanno riempito di bandiere e vi hanno svuotato gli anni.

E il paradosso è perfetto, perché è proprio quello che faceva l’uomo nuovo. Qualcuno decide chi devi diventare, ti chiede di lavorare per diventarlo, e il futuro resta sempre l’anno prossimo.

Il contrario di un uomo libero è un uomo a cui hanno promesso il futuro.