Fine vita, come la penso

Cominciamo da un numero che non riguarda il bene e il male, riguarda l’amministrazione.

Domenico Zuccarella aveva cinquantanove anni e una sclerosi multipla secondariamente progressiva. L’8 novembre 2025 ha chiesto all’Asst Ovest Milanese di accedere al suicidio medicalmente assistito, cosa che la Corte costituzionale gli riconosceva dal 2019. È morto il 25 agosto 2026. Fra la domanda e la risposta sono passati duecentonovanta giorni, nove mesi e mezzo. Era il terzo caso in Lombardia, ma il primo interamente gestito dal servizio sanitario regionale: personale, farmaci, strumentazione, luogo.

E qui viene la parte che non si può liquidare come polemica, perché il numero con cui confrontarlo non l’ha scelto un giornale. Il 13 maggio 2026 la Regione Lombardia si è data delle linee guida, e in quelle linee guida ha scritto un termine massimo di centoquarantacinque giorni, quattro mesi e tre settimane. Duecentonovanta è il doppio.

Va detto con onestà che la domanda di Zuccarella è del novembre precedente, quindi il procedimento era già cominciato quando quel termine è stato scritto. Ma il punto regge lo stesso, e anzi si sposta dove conta: la Regione ha già accettato il principio che un termine ci debba essere. Non c’è più niente da discutere sul se. C’è da discutere se quel termine sia un impegno che qualcuno deve rispettare, o una buona intenzione che un ufficio può cambiare quando vuole.

Chiunque abbia una posizione su questa materia, e le posizioni legittime sono più d’una, dovrebbe fermarsi un momento su quel numero. Non dice se sia giusto o sbagliato che quella domanda si possa fare. Dice che, una volta che la legge dice che si può fare, non esiste nessuna regola su quanto ci si debba mettere a rispondere.

Il tempo di una risposta non e’ una questione di principio. Fra la domanda di Domenico Zuccarella e la risposta della Regione sono passati duecentonovanta giorni: il doppio del termine che la Regione si era data.

Che non sia un destino lo dice il Veneto. Stefano Gheller, di Cassola in provincia di Vicenza, distrofia muscolare e respiratore ventiquattro ore su ventiquattro, presentò la domanda all’Aulss 7 Pedemontana il trenta giugno 2022 e il tredici ottobre gli fu comunicato il via libera: tre mesi e mezzo. Disse allora che non voleva morire subito, voleva il diritto di decidere quando.

Questo pezzo non parla del se. Parla del come e del chi decide, che è la parte su cui un liberale ha qualcosa da dire di preciso.

Che cosa è successo in Veneto, e il numero che nessuno mette in prima riga

Il due settembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge di iniziativa popolare che stabilisce procedure e tempi per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito. Trentadue favorevoli, cinque astenuti, quattordici contrari. È la quarta Regione dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ed è la prima amministrata dal centrodestra.

E qui conviene ascoltare chi l’ha portata a casa, perché smonta da solo l’accusa più ripetuta. Luca Zaia, oggi presidente di quel Consiglio regionale, ha spiegato la legge così: “questa legge non introduce il fine vita e non crea un nuovo diritto”, perché “il perimetro l’ha tracciato la Corte costituzionale”. Non è una excusatio: è la descrizione esatta di quello che una Regione può fare e di quello che non può fare.

Poi ha fatto l’esempio che vale più di ogni argomento teorico. Il Veneto, ha ricordato, è al primo posto in Italia per le cure palliative: non è una regione che si disinteressa di chi soffre e sceglie la scorciatoia. “Ma se c’è qualcuno che nel suo stadio di malato terminale chiede di poter gestire il proprio fine vita, credo sia corretto farglielo gestire. Tramite una struttura pubblica”.

Le due cose insieme, cure palliative al massimo e una procedura pubblica per i pochissimi casi estremi, sono la risposta a chi dice che una cosa esclude l’altra. In Veneto convivono, e le fa convivere un’amministrazione di centrodestra.

Zaia ha aggiunto due frasi che riguardano Roma più che Venezia. Che il voto ha “un doppio valore: il rispetto per i malati terminali in attesa e un bel segnale a livello nazionale, perché il Parlamento legiferi”. E che “prima o poi questo Paese dovrà trovare una quadra, e farla”. Sul come, è stato ancora più diretto: “in un Paese democratico c’è libertà di coscienza”, e con libertà di coscienza e voto segreto “avremmo delle sorprese”. Senza mettere, ha precisato, “nessuno sul banco degli imputati”.

Nel dare la notizia quasi tutti hanno messo in prima riga lo schieramento politico. Il numero più interessante l’aveva detto lo stesso Zaia, oggi presidente di quel Consiglio regionale, e sta in fondo agli articoli: in Veneto le domande sono state trentuno dal 2019 a oggi, e tre hanno avuto l’autorizzazione del comitato etico. Sette anni, trentuno persone, tre casi.

Va detto con attenzione, perché è facile usarlo male. Quel numero non dice che la questione sia piccola: per quelle trentuno persone e per le loro famiglie era tutto, e nessun numero rende quella misura. Dice un’altra cosa, e riguarda noi che ne discutiamo: la politica sta discutendo di un simbolo con l’intensità di uno scontro di civiltà, e la cosa di cui discute riguarda pochissime persone in condizioni estreme. Quando la temperatura della discussione e la dimensione del fatto sono così lontane, di solito vuol dire che si sta parlando d’altro.

La domanda vera non è se, perché quella ha già risposto qualcun altro

Qui bisogna essere precisi, perché è il punto in cui quasi tutti i commenti scivolano.

Nessuna di queste leggi regionali crea un diritto. Il diritto, nei limiti stretti che ha fissato, l’ha riconosciuto la Corte costituzionale nel 2019 e l’ha ripreso nel 2024. Il Parlamento, da allora, non ha scritto la legge che la Corte gli ha chiesto di scrivere. Nel vuoto lasciato, alcune Regioni hanno scritto la procedura.

E la Corte è tornata a dire dove passa il confine, due volte, il ventiquattro luglio di quest’anno, con due decisioni depositate lo stesso giorno che vanno in direzioni diverse.

Con la sentenza numero 148, sulla legge della Sardegna, ha confermato che le Regioni possono intervenire sugli aspetti organizzativi e sanitari, perché rientrano nella tutela della salute, ma non possono toccare i requisiti sostanziali di accesso, che restano allo Stato. Testuale: la legislazione regionale non può pretendere di operare in modo suppletivo rispetto a quella statale, “impossessandosi” dei principi ordinatori individuati dalla Corte stessa.

Con la sentenza numero 152, lo stesso giorno, ha detto no all’allargamento: il requisito del sostegno vitale resta dov’era.

E l’anno prima, con la sentenza numero 204 del 2025 sulla legge della Toscana, aveva già fatto la stessa operazione: ha dichiarato illegittime diverse norme per invasione della competenza statale, ma ha lasciato in piedi l’impianto organizzativo e procedurale, che è competenza concorrente. Fra le cose cadute ci sono proprio i tempi rigidi e predeterminati per le fasi della procedura.

Ed è per questo che la legge veneta appena approvata, che di tempi parla nel titolo, quei tempi non li contiene: è stata scritta apposta per stare dentro quella sentenza. Una legge che si chiama “Liberi subito” è arrivata in porto senza poter più promettere il subito.

La motivazione conviene leggerla fino in fondo, perché riguarda anche noi. La Corte dice due cose. La prima è clinica: accertare i requisiti richiede approfondimenti che possono non stare dentro termini stringenti. La seconda è la più importante: se ogni Regione fissa scadenze diverse, il tempo di risposta finisce per dipendere dalla residenza, e allora non è più organizzazione. I giorni uguali per tutti li può scrivere solo Roma.

Il quadro che ne esce è questo, e conviene tenerlo in mente per intero: le Regioni possono organizzare, non possono decidere chi ha diritto a cosa. La Corte tiene la linea sul merito e apre sull’organizzazione.

Le ragioni di chi si oppone, per intero

A questo punto tocca fare la cosa che quasi nessuno fa in questa discussione, ed è riportare per intero l’obiezione di chi è contrario, senza metterla lì per smontarla.

Antonio Brandi, presidente di Pro Vita e Famiglia, ha reagito al voto veneto dicendo che “è stato consumato un attacco alla vita e un vile tradimento dei cittadini da parte di alcuni consiglieri di centrodestra, i cui elettori oggi hanno scoperto di aver votato una maggioranza progressista e radicale”. Alberto Stefani, presidente della Regione Veneto, ha rivendicato di aver lavorato con la sua maggioranza a emendamenti che cambiano il testo “nel senso del favor vitae”, premettendo che “nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre”.

Dietro le parole dure c’è un’obiezione seria, e non è morale soltanto: è empirica. Chi si oppone teme che una procedura pubblica, una volta scritta, sposti nel tempo la soglia di ciò che è accettabile. Che si cominci da un caso estremo e si finisca altrove. È una previsione sui fatti, e come tutte le previsioni sui fatti si può verificare guardando i paesi che hanno legiferato prima di noi.

Allora andiamo a vederli, e diciamo quello che mostrano.

Il Canada dà ragione a chi teme. Nel 2024 sono state sedicimilaquattrocentonovantanove persone, il cinque per cento di tutti i decessi del paese, e in Québec quasi l’otto. E soprattutto: nel 2021 il Parlamento canadese ha esteso l’accesso anche a chi non ha una morte ragionevolmente prevedibile, passando da quattrocentosessantanove casi nel 2022 a settecentotrentadue nel 2024. Una seconda estensione, a chi ha un disturbo mentale come unica condizione, è già in calendario per il marzo 2027. Chi dice che il perimetro si è allargato non sta immaginando niente: è successo.

L’Oregon dà torto alla stessa tesi. La legge è del 1997 e i requisiti stanno scritti dentro: maggiorenne, capace di decidere, malattia terminale con prognosi entro sei mesi. Dopo ventotto anni sono ancora quei tre. L’unica modifica sostanziale, nel 2023, ha tolto l’obbligo di residenza nello Stato, che allarga la geografia e non la clinica. Nel 2025 le prescrizioni sono state seicentotrentasette e i decessi quattrocento.

Il Canada e’ il caso che da’ ragione a chi teme: l’accesso per chi non ha una morte prevedibile passa da quattrocentosessantanove casi a settecentotrentadue in due anni. A deciderlo e’ stato un voto del Parlamento nel 2021.

E nei Paesi Bassi c’è un dato che non cita nessuno dei due fronti. Nel 2025 i casi totali sono saliti a diecimilatrecentoquarantuno, il sei per cento dei decessi. Ma quelli legati a disturbi psichiatrici, cioè proprio la categoria su cui si concentra il timore, sono stati centosettantaquattro, quarantacinque in meno dell’anno prima, quasi il ventuno per cento in meno. Mentre il totale saliva, la parte più contestata scendeva.

Il quadro onesto è questo: il numero cresce dappertutto, e questo di per sé non prova niente, perché è quello che succede a qualunque diritto quando la gente scopre che esiste. Quello che è cambiato davvero, in Canada, sono i requisiti, e sono cambiati perché un parlamento ha votato di cambiarli. Non è successo da solo.

Nei Paesi Bassi, nello stesso anno, il totale sale del tre e otto per cento e i casi legati a disturbi psichiatrici scendono di quasi il ventuno.

Che è esattamente il motivo per cui l’obiezione, per quanto seria, non riguarda quello che si discute in un Consiglio regionale. In Italia i requisiti sostanziali non li scrive né una Regione né un’azienda sanitaria: li ha fissati la Corte costituzionale, che a luglio con la sentenza numero 152 ha appena rifiutato di allargarli, e che con la 148 ha detto che le Regioni possono toccare solo l’organizzazione. La leva con cui in Canada si è allargato, in Lombardia non c’è. Sta a Roma, e chi la tiene in mano per adesso ha detto di no.

Chi teme la deriva, insomma, ha davanti una Corte che finora gli ha dato ragione sul merito. E se quel timore è la ragione per cui si vuole impedire una legge regionale sui tempi, allora sta guardando la città sbagliata.

E allora la Lombardia

Veniamo alla parte che ci riguarda da vicino.

Il Pirellone nel 1962, appena finito, con la Stazione Centrale sullo sfondo. E’ la sede del Consiglio regionale della Lombardia. Fotografia in dominio pubblico.

Il diciannove novembre 2024 il Consiglio regionale della Lombardia aveva davanti una proposta di legge di iniziativa popolare, portata dal comitato Liberi Subito e dall’Associazione Luca Coscioni con ottomila firme. La maggioranza di centrodestra ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità, sostenendo che la materia non fosse di competenza regionale. È passata con quarantatré voti favorevoli e trentaquattro contrari.

Il risultato non è stato che la legge è stata respinta. Il risultato è che non è mai arrivata in aula. Ottomila cittadini lombardi hanno usato uno strumento che lo Statuto regionale mette a loro disposizione, e la risposta è stata che l’argomento non si discute. Il presidente Attilio Fontana commentò che “serve certamente un intervento nazionale, non ci sono dubbi”, e che “l’Assemblea è sovrana quindi non credo ci siano commenti da fare”. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Christian Garavaglia rivendicò di essersi schierato “dalla parte della vita e per promuovere percorsi di cure palliative e terapia del dolore”. Marco Cappato parlò di “atto di irresponsabilità” verso chi soffre e ha bisogno di certezza sulle regole e sui tempi di risposta. Il Consiglio di Stato ha poi stabilito che quella decisione è insindacabile: una Regione può fermare una legge di iniziativa popolare senza discuterla in aula.

Uno però votò contro, e stava nella maggioranza. Giulio Gallera, Forza Italia, già assessore al Welfare, fu l’unico del centrodestra a non votare la pregiudiziale, e sostenne la relazione di minoranza: quella legge non riguardava il diritto, che le sentenze della Corte avevano già riconosciuto, ma le procedure sanitarie con cui una persona in certe condizioni può accedervi. Cioè esattamente la distinzione che la Corte avrebbe messo nero su bianco un anno e mezzo dopo.

Formalmente, tutto in ordine. Politicamente, resta una cosa che non torna.

Quello che la Lombardia ha già fatto, e che nessuno racconta

Perché c’è un pezzo di questa storia che va detto, e va detto a favore della Regione.

Il presidente Attilio Fontana si è dichiarato più volte favorevole a una legge sul fine vita, e non solo nazionale. Nel febbraio 2025 in Lombardia c’è stato il primo caso di suicidio medicalmente assistito, e Fontana lo ha illustrato lui stesso al Consiglio regionale invece di lasciarlo alle cronache. La cosa gli è costata uno scontro dentro la maggioranza, con Fratelli d’Italia che ha contestato apertamente quella scelta.

E soprattutto: il 13 maggio 2026 la Regione si è data delle linee guida, cioè un percorso scritto che dice chi fa cosa e in quanto tempo. Non è poco, ed è più di quanto abbiano fatto sedici Regioni su venti. Il 3 settembre Fontana lo ha rivendicato: in Lombardia non serve una legge perché ci sono già le linee guida, che si sono rivelate “funzionali, efficienti ed efficaci”, e quello che manca è semmai la legge nazionale.

Su una cosa ha ragione da vendere: la legge nazionale manca, e la aspettiamo dal 2019.

Sul resto, il problema è che quelle linee guida contengono un numero, e quel numero ci dice se sono state efficaci. Centoquarantacinque giorni, il termine massimo che la Regione ha scritto di suo pugno. L’unico caso interamente gestito dal servizio sanitario lombardo ne ha richiesti duecentonovanta. Il doppio.

Non è un’accusa a Fontana, che su questa materia ha tenuto una posizione più aperta di quella del suo stesso schieramento. È una constatazione su che cosa sia una linea guida: un documento amministrativo che fissa un termine e non prevede che succeda niente se quel termine non viene rispettato. Una legge regionale, quella che il Consiglio si è rifiutato di discutere, farebbe la stessa cosa con una differenza sola: qualcuno dovrebbe risponderne.

L’argomento con cui si è evitata la discussione è scaduto. Nel novembre 2024 si disse che la materia non era regionale. Nel 2025 e poi nel luglio 2026 la Corte costituzionale ha detto due volte, in due sentenze diverse, che la parte organizzativa e sanitaria è competenza regionale. Non è l’opinione di una parte politica: è la Corte che quella stessa maggioranza citava.

E nel frattempo, in Lombardia, un uomo ha aspettato duecentonovanta giorni.

Il quindici settembre arrivano in Regione oltre quindicimila firme raccolte fra i cittadini, il triplo delle cinquemila necessarie e quasi il doppio di due anni fa. La domanda che arriva sul tavolo del Consiglio regionale non è se il suicidio assistito sia giusto. È quanti giorni può durare l’istruttoria di una domanda che la legge riconosce.

Che cosa dovrebbe fare la Lombardia, e perché vale anche per chi è contrario

La proposta è semplice e non chiede a nessuno di cambiare idea.

Il Consiglio regionale discuta quella legge in aula, e poi voti come crede. Anche contro. Un voto contrario è una posizione politica legittima, si prende davanti agli elettori e si difende. Una pregiudiziale che impedisce la discussione non è una posizione: è un modo per non prenderne una.

Chi è contrario dovrebbe volerlo più di tutti. Se le ragioni del favor vitae sono forti, e qualcuno pensa che lo siano, si sostengono meglio in aula, dette in faccia a chi la pensa diversamente, che dietro un cavillo di competenza smentito due volte dalla Corte. Il Veneto questo l’ha fatto: la maggioranza di centrodestra ha discusso, ha emendato il testo nella direzione che riteneva giusta, e poi ha votato. Si può essere d’accordo o no con il risultato. Il metodo però è quello di chi si assume una responsabilità.

E resta la cosa che dovrebbe dar fastidio a chiunque, da qualunque parte stia. Oggi in Italia quattro Regioni su venti hanno una procedura e le altre no. Vuol dire che la risposta a una domanda estrema, fatta da una persona nelle condizioni più fragili in cui una persona possa trovarsi, dipende da dove quella persona abita. Non c’è nessuna idea di uguaglianza, laica o cattolica, liberale o solidarista, che possa considerarlo accettabile.

Quattro Regioni su venti hanno scritto una procedura. Nelle altre sedici la stessa domanda non ha una risposta con un tempo.

E a Roma, intanto, qualcosa si muove

Va detto, perché cambia la scusa e non l’argomento.

Nel 2024 Fontana rispose che serviva un intervento nazionale. Aveva ragione: serve. La novità è che adesso qualcuno prova a farlo, e non è l’opposizione. La capogruppo di Forza Italia al Senato, Stefania Craxi, ha annunciato che alla prima riunione dei capigruppo chiederà la calendarizzazione della legge sul fine vita, e l’ha motivata con parole che potrebbero stare in questo pezzo: è un dovere del Parlamento colmare il vuoto legislativo ed evitare un caos in cui ogni Regione va per conto proprio con regole diverse. Dal Partito democratico, che ha una propria proposta ferma da tempo, Francesco Boccia ha risposto che sono disposti a sostenere la calendarizzazione, ponendo però una condizione di merito sul ruolo del servizio sanitario pubblico.

Non è una legge fatta, è un calendario chiesto. Ma è più di quanto sia successo in sette anni, e sposta la questione dove deve stare: i requisiti li scrive il Parlamento, l’organizzazione la scrivono le Regioni. Chi teme un allargamento dei criteri, e abbiamo visto che in Canada è successo davvero, ha adesso un posto preciso dove portare quella preoccupazione, ed è Palazzo Madama. Non è il Pirellone, dove si discute soltanto di quanti giorni può durare un’istruttoria.

C’è poi un fatto che si verificherà da solo nei prossimi sessanta giorni, e conviene dirlo adesso senza aspettare il risultato. Il Governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge della Toscana e quella della Sardegna: è da quei due ricorsi che nascono le due sentenze di cui abbiamo parlato. Adesso la quarta legge la fa una Regione guidata dalla stessa maggioranza che governa a Roma. Se verrà impugnata anche questa, la linea è coerente e la partita resta quella delle competenze. Se non verrà impugnata, vorrà dire che il criterio non era giuridico. Non serve prendere posizione: basta guardare.

Lo dico da uno che in quell’aula c’è stato

Sono stato consigliere regionale della Lombardia dal 2018 al 2023 e ho presieduto una commissione. Quando si è votata la pregiudiziale, nel novembre 2024, io non c’ero più: non ho nessun merito da rivendicare e nessun voto da difendere. Ma so come funziona quell’aula, e so che cosa vuol dire avere davanti una materia su cui il gruppo ha una linea e tu hai una coscienza.

Chi viene eletto ha un dovere, ed è prendere posizione. Non è un dettaglio del mestiere: è il mestiere. Su quasi tutto si può, e spesso si deve, stare dentro una disciplina di gruppo, perché è così che una maggioranza governa. Ma ci sono materie in cui quella disciplina non ha titolo, perché non si vota un’aliquota o un piano territoriale: si vota su come una persona può morire. Lì l’unica appartenenza che conta è quella a se stessi. Zaia lo ha detto meglio di come lo direi io: in un Paese democratico c’è libertà di coscienza, e con la libertà di coscienza avremmo delle sorprese.

L’aula del Consiglio regionale della Lombardia, al Pirellone. Qui, il diciannove novembre 2024, si e’ deciso di non discutere.

Allora lo dico senza nascondermi dietro il metodo che ho usato in tutto il resto di questo pezzo: io quella legge l’avrei sostenuta. Non perché penso che la vita valga poco, ma per la ragione esattamente opposta. Chi ha rispetto profondo per la vita umana ha rispetto anche per la persona che quella vita l’ha vissuta, e per la scelta che compie quando è arrivata in fondo a una sofferenza che nessuno di noi, da fuori, è in grado di misurare.

C’è una parola antica che dice questa cosa meglio di quelle che usiamo oggi, ed è pietas. Non è pietà, che guarda dall’alto. È il rispetto dovuto a ciò che non ci appartiene: agli altri, ai loro legami, al loro modo di finire. La pietas non decide al posto di nessuno: sta accanto, e non abbandona. Una procedura pubblica con tempi certi è la forma amministrativa della pietas. Vuol dire che lo Stato non si volta dall’altra parte, e non fa aspettare nove mesi chi non ha nove mesi.

E questo lo può capire anche chi la pensa diversamente da me, perché non gli sto chiedendo di cambiare idea sul merito. Gli sto chiedendo di votare, in aula, sotto il suo nome.

Adesso la Lombardia

Mettiamo in fila quello che sappiamo, perché a questo punto la conclusione si scrive da sola.

Il diritto esiste dal 2019 e non lo crea nessuna Regione. La Corte ha detto due volte, nel 2025 e nel luglio scorso, che l’organizzazione è competenza regionale, e ha detto altrettanto chiaramente che i requisiti restano allo Stato. Il Veneto ha discusso, emendato e votato, con una maggioranza di centrodestra e un presidente che ha spiegato perché non si tratta di eutanasia. La Lombardia ha già un percorso scritto e un presidente favorevole. Il Parlamento, per la prima volta in sette anni, si muove davvero.

Manca una cosa sola, ed è la nostra: che quel termine di centoquarantacinque giorni smetta di essere una buona intenzione.

Con un’avvertenza meno comoda di come suona. Scriverlo in una legge regionale non si può: quel contatore di giorni la Corte l’ha già tolto, e per il motivo giusto. I giorni uguali per tutti li fissa Roma, e finché Roma non li fissa nessuna Regione può supplire.

Quello che alla Regione resta, però, è tutto suo e non è poco. Costituire le commissioni. Garantire farmaco, strumenti, personale e luogo, con i costi in capo al servizio pubblico, come la Corte ha stabilito. E pubblicare i tempi effettivi: quanti giorni sono passati, in quanti casi, in quali aziende. Non serve nessuna legge per farlo e nessuna sentenza lo vieta. Chi pubblica un numero, poi quel numero lo difende.

Contro il ritardo, intanto, non resta il nulla. La Corte ha scritto che una procedura dilatoria equivale di fatto a negare il diritto: oggi il rimedio è il giudice, caso per caso. È un rimedio peggiore di una scadenza, e va detto, perché è la ragione più concreta per cui quella legge nazionale va fatta.

Il quindici settembre quelle firme arrivano al Pirellone. Il Consiglio regionale le discuta in aula e poi voti come crede, anche contro: un voto contrario è una posizione, si prende davanti agli elettori e si difende. Quello che non si può rifare è il novembre 2024, quando la discussione fu impedita con un argomento che la Corte ha poi smentito due volte.

Duecentonovanta giorni non è una posizione etica. È una lista d’attesa. E una lista d’attesa, in Lombardia, sappiamo tutti come si affronta: si dice quanto deve durare, si pubblica quanto è durata, e poi si risponde della differenza.