Il 21 gennaio 2026 l’Open Society Institute di Sofia ha pubblicato il Media Literacy Index 2026. Diciannove pagine, quarantuno paesi europei, un punteggio da zero a cento. L’Italia è ventitreesima con 51 punti. Nell’edizione precedente, quella del 2023, era ventiquattresima con 47.
Quella riga l’ho scritta anch’io, la settimana scorsa, in fondo a un pezzo su cosa si insegna a scuola sui media. L’ho scritta senza aver aperto il documento, perché una classifica è comoda: è già una frase fatta.
Poi l’ho aperto. A pagina 5 c’è scritto, senza giri di parole, che l’indice non misura l’alfabetizzazione mediatica ma i suoi predittori. Non è una postilla tecnica. È la differenza fra sapere quanto un Paese insegna a leggere i media e stimare quanto potrebbe reggere se qualcuno provasse a ingannarlo.
Quello che si dice
Le classifiche viaggiano con il titolo, non con la metodologia. Questa si chiama indice di alfabetizzazione mediatica e porta come sottotitolo la misura della vulnerabilità delle società alla disinformazione. Due promesse grosse in copertina, e sono quelle che arrivano al lettore.

Il comunicato che accompagna l’uscita dice che Danimarca, Finlandia, Irlanda e Paesi Bassi guidano la classifica europea. Da lì in poi il numero si stacca dal documento e cammina da solo. Diventa la prova che un Paese insegna bene e che un altro insegna male, cioè esattamente la cosa che l’indice dichiara di non misurare.
In Italia, per quello che ho trovato cercando, l’edizione 2026 non l’ha ripresa quasi nessuno. Ma il problema non è quante volte un dato viene citato. È come viene citato quando capita.
Quello che dicono i dati
In cima ci sono quattro paesi appaiati a 71 punti: Danimarca, Finlandia, Irlanda e Paesi Bassi, primi quattro solo per frazioni di punto. La Finlandia era prima dal 2017 e scende seconda. Quinta la Norvegia con 70, sesta l’Estonia con 69. In fondo il Kosovo, quarantunesimo con 16 punti, con Macedonia del Nord e Albania a 19 e la Georgia a 20.
L’Italia è ventitreesima con 51 punti, ultima del secondo gruppo su cinque. Nel 2023 era ventiquattresima con 47, nel terzo gruppo. Un posto in più, quattro punti in più, un gruppo in più: il rapporto la segnala come una delle poche promozioni dell’edizione.
Vale la pena guardare anche l’Estonia, che in Europa viene indicata come il modello quando si parla di scuola e media. Sesta con 69 punti. Nel 2023 era quarta con 71. Due posizioni e due punti persi, restando nel gruppo di testa.
E vale la pena tornare più indietro, perché è il pezzo che di solito manca. Nell’edizione 2022 l’Italia era ventitreesima con 50 punti. Ventitreesima, ventiquattresima, ventitreesima. In quattro anni la posizione dell’Italia non si è mossa.
Quello che il dato non dice
L’indice è la somma pesata di otto numeri presi in prestito da altri. I pesi stanno a pagina 5 e sono questi. Libertà dei media, 40 per cento: metà dal punteggio di Freedom House, metà dall’indice di Reporter senza frontiere. Istruzione, 45 per cento: PISA lettura 30, PISA scienze 5, PISA matematica 5, iscrizione all’università 5. Fiducia negli altri, 10 per cento, dal World Values Survey. E-partecipazione, 5 per cento, da un indice delle Nazioni Unite.
Si cerca l’indicatore che misura quanto un Paese insegna a riconoscere una notizia falsa, e non c’è. Non ce n’è nemmeno uno che pesi l’uno per cento. Non perché lo abbiano nascosto, ma perché quel numero in Europa non esiste, e l’indice fa il possibile con quello che c’è.
Poi ci sono tre cose che vengono fuori solo mettendo le due edizioni una accanto all’altra.
La prima: da dove arrivano i quattro punti dell’Italia. Rifacendo il conto dai sotto-punteggi, l’Italia passa da 47,3 a 50,5. Di quei 3,2 punti, 2,4 vengono da un solo indicatore, la lettura PISA, che da sola pesa il 30 per cento. Tre quarti del miglioramento stanno lì. Il punteggio grezzo italiano in lettura è passato da 476 a 482, sei punti. Nello stesso intervallo, trentacinque paesi su quarantuno sono calati, in media di quattordici punti. Sono saliti solo in quattro: Montenegro, Paesi Bassi, Italia e Serbia. L’Italia è migliorata davvero, di poco. Quello che è grande non è la nostra salita, è la caduta degli altri. In una classifica standardizzata le due cose danno lo stesso risultato, e non sono la stessa cosa.
La seconda: un quinto dell’indice è fermo al 2017. La colonna di Freedom House ha valori identici in tutti e quarantuno i paesi fra l’edizione 2023 e quella 2026. Non due o tre: quarantuno su quarantuno. Il motivo è che la fonte citata è Freedom of the Press di Freedom House, un rapporto uscito dal 1980 al 2017 e mai più pubblicato dopo l’edizione dell’aprile 2017. I numeri coincidono uno a uno: Italia 31, Norvegia 8, Polonia 34, Grecia 44, Turchia 76. Il venti per cento di un indice del 2026 descrive la libertà di stampa com’era dieci anni fa.

La terza: un altro dieci per cento non si muove. La fiducia interpersonale è identica in trentanove paesi su quarantuno, perché il World Values Survey gira a ondate distanti anni. Sommando, quasi un terzo del punteggio 2026 è per costruzione lo stesso del 2023. Quello che può muoversi è il resto.
C’è anche un dettaglio piccolo che insegna molto. Sull’iscrizione all’università il punteggio più alto di tutta la classifica, cento su cento, è della Grecia, che sta trentesima. Il dato grezzo greco è 167 per cento, perché è un tasso lordo: conta tutti gli iscritti contro la fascia d’età teorica, e sfonda il cento quando ci sono fuori corso e studenti adulti. Il Lussemburgo prende zero con il 21 per cento, perché i suoi ragazzi vanno all’università all’estero. Nessuno dei due numeri dice quello che sembra dire.
La parte che conta
Niente di tutto questo è un trucco. Il rapporto dichiara a pagina 5 che misura predittori. Mette i pesi in tabella. Pubblica i dati grezzi a pagina 18, colonna per colonna, così chiunque può rifare i conti, che è esattamente quello che ho fatto. E a pagina 6 ricorda l’aforisma di George Box: tutti i modelli sono sbagliati, qualcuno è utile.
Un documento che dichiara i propri limiti sta facendo il suo mestiere, e bene. Chi lo cita senza aprirlo sta facendo un mestiere diverso, e lo facciamo tutti, io per primo. Non è ignoranza, è economia: leggere costa mezz’ora, citare costa dieci secondi.
Allora la proposta è piccola e concreta. Tre domande, prima di usare un numero preso da una classifica.
La prima: che cosa misura davvero, non come si chiama. Sta nella pagina della metodologia, che quasi sempre è la quinta.
La seconda: quando sono stati raccolti i dati, non quando è uscito il rapporto. Sono due date diverse e a volte distano dieci anni.
La terza, quella che non fa quasi nessuno: se esiste un’edizione precedente, guardare che cosa si è mosso in mezzo. Se si è mosso il Paese, o se si è mossa la fonte.
E resta la domanda a cui questo indice non può rispondere. Sappiamo dove sta l’Italia per libertà di stampa, PISA e fiducia negli altri. Non sappiamo quanto un ragazzo italiano impari, in tredici anni di scuola, a verificare una notizia. Non lo sa nemmeno chi in Europa passa per il più avanti di tutti: il ministero dell’Istruzione estone, nel rapporto nazionale del dicembre 2025, scrive che la valutazione d’impatto è ostacolata dall’assenza di metriche trasparenti.
Se il Paese modello ammette di non saper misurare il proprio modello, quel numero non ce l’ha nessuno. Chiederlo è più utile che citare questo.
Ventitreesimi su quarantuno è una bella riga. Non vuol dire quello che sembra, e non è colpa di chi l’ha scritta.
Fonti
– Open Society Institute Sofia, The Media Literacy Index 2026: Measuring Vulnerability of Societies to Disinformation, policy brief, 21 gennaio 2026, autore Marin Lessenski. Pagina: https://osis.bg/?p=5747&lang=en. PDF: https://osis.bg/wp-content/uploads/2026/01/Media-Literacy-Index-2026.pdf. Classifica a pagina 7, confronto con il 2023 a pagina 10, metodologia e pesi a pagina 5, disclaimer e aforisma di Box a pagina 6, sotto-punteggi standardizzati a pagina 17, dati grezzi e fonti a pagina 18. Dati più recenti utilizzati: 15 giugno 2025. – Open Society Institute Sofia, The Media Literacy Index 2023: “Bye, bye, birdie”. Meeting the Challenges of Disinformation, giugno 2023. PDF: https://osis.bg/wp-content/uploads/2023/06/MLI-report-in-English-22.06.pdf. Pesi a pagina 4, classifica e sotto-punteggi a pagina 16, dati grezzi a pagina 18. Dati più recenti utilizzati: 31 marzo 2023. – Open Society Institute Sofia, How It Started, How It Is Going: Media Literacy Index 2022, ottobre 2022. PDF: https://osis.bg/wp-content/uploads/2022/10/HowItStarted_MediaLiteracyIndex2022_ENG_.pdf. Italia ventitreesima con 50 punti. – Freedom House, Freedom of the Press 2017: Press Freedom’s Dark Horizon, aprile 2017, ultima edizione di una serie pubblicata dal 1980. PDF: https://freedomhouse.org/sites/default/files/2020-02/FOTP_2017_booklet_FINAL_April28_1.pdf. Punteggi per paese confrontati uno a uno con la colonna Freedom House delle edizioni 2023 e 2026 dell’indice. – OCSE, PISA 2018 e PISA 2022, per il riscontro dei punteggi grezzi di lettura riportati nelle due edizioni dell’indice. – Ministero dell’Istruzione e della Ricerca della Repubblica di Estonia, Estonia’s Media Literacy Report from November 2022 to October 2025, dicembre 2025, sulla mancanza di metriche trasparenti per valutare l’impatto. https://www.hm.ee/sites/default/files/documents/2026-01/Estonia%E2%80%99s%20Media%20Literacy%20Report%20from%20November%202022%20to%20October%202025_December_2025.pdf

