Il 15 dicembre 2025 l’Istat ha pubblicato i dati sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane. Fra le grandi imprese la usa il 53,1 per cento, in un anno erano passate dal 32,5. Fra le piccole e medie la usa il 15,7 per cento, e anche loro sono raddoppiate, dal 7,7.
Raddoppiano tutte e due, quindi sembra una buona notizia per tutti. Non lo è. Quando raddoppi partendo da trentadue e io raddoppio partendo da otto, la distanza fra noi non si accorcia: si allarga. Era di ventiquattro punti e otto decimi, adesso è di trentasette punti e quattro. L’Istat lo scrive senza giri di parole: la differenza fra grandi imprese e PMI è passata da circa venti punti nel 2023 a trentasette nel 2025.
E non è una stranezza italiana. I dati europei per lo stesso anno dicono la stessa cosa con altri numeri: usa l’intelligenza artificiale il 55 per cento delle grandi imprese europee, il 30,4 delle medie e il 17 delle piccole. Il divario è lo stesso, il continente è lo stesso.

Il conto che non torna
Qui c’è una cosa che merita di essere guardata bene, perché va contro quello che ci siamo raccontati per tre anni.
L’intelligenza artificiale non è mai costata così poco. Non richiede più un reparto informatico, non richiede più un progetto da sei mesi, e per molte cose non richiede nemmeno di saper scrivere una riga di codice: si spiega a parole quello che serve, in italiano. Se la barriera fosse il prezzo o la difficoltà, il divario dovrebbe chiudersi da solo, perché la tecnologia è arrivata in basso più in fretta di qualsiasi altra prima.
Invece si allarga. Vuol dire che la barriera è un’altra, e che abbiamo passato tre anni a discutere di quella sbagliata.
Trecentotredici ore
La barriera è il tempo, e c’è un numero che lo dice.
Il sesto rapporto dell’osservatorio sulla burocrazia della CNA, uscito il 19 marzo 2025, calcola che una micro o piccola impresa italiana dedica in media trecentotredici ore l’anno agli obblighi amministrativi, e che gli costano 9.210 euro. Trecentotredici ore sono quasi due mesi di lavoro di una persona, tolti alla produzione e messi dentro moduli, portali e scadenze. Sommato su tutte le imprese fa quarantatré miliardi, cioè il due per cento del prodotto interno lordo.
Nello stesso rapporto la CNA mette sul tavolo cento proposte di semplificazione e stima, in modo che definisce prudenziale, che applicandole si scenderebbe a duecentosessantatré ore: cinquanta ore recuperate per impresa, millequattrocentocinquantanove euro, quasi sette miliardi in tutto il Paese, e il peso della burocrazia che passa dal due all’uno virgola sette per cento del PIL.
L’Istat lo misura in un altro modo e arriva vicino. Nel censimento permanente delle imprese, riferito al 2022, gli oneri amministrativi e burocratici sono il primo ostacolo dichiarato: li indica il 27,1 per cento delle imprese, davanti alla mancanza di risorse finanziarie che si ferma al 23,7. Va detta anche la parte buona, perché è vera: nel 2018 erano al 33,1, quindi qualcosa si è mosso. Il peso cala lentamente, ma resta il primo della lista, e pesa di più sulle imprese più piccole.
Adesso mettiamo insieme i due numeri. Un’impresa con otto dipendenti non ha un ufficio che valuta strumenti nuovi. Ha una persona che fa tutto, spesso è il titolare, e quella persona ha già due mesi all’anno occupati dagli adempimenti. Il tempo per capire cosa fa l’intelligenza artificiale e dove metterla non è che costa troppo: non esiste proprio, ed è occupato esattamente dalla cosa che quella tecnologia saprebbe togliere di mezzo.
È un cane che si morde la coda, ed è il motivo per cui la crescita premia chi era già avanti.
Il modello che funziona, che non è comprare un software
C’è un punto in cui questo circolo si rompe, e l’ho visto succedere.
Sulla gestione del personale sono nate piattaforme che non ti vendono un programma: si prendono in carico l’adempimento. L’assunzione, la comunicazione obbligatoria, il cedolino, le presenze, la scadenza che non sapevi di avere. La differenza non è che il computer fa prima. La differenza è che chi lo usa non deve sapere la norma. La norma sta dentro il flusso, e quando cambia, cambia il flusso e non il tuo pomeriggio.
Chi fa impresa capisce subito la portata della cosa. Per decenni il piccolo ha pagato due volte: una per l’adempimento e una per la competenza necessaria a capirlo. Il secondo costo era invisibile e non stava in nessun bilancio, ma era quello che teneva il divario aperto.
Gli agenti sono il passo successivo dello stesso movimento, e vale la pena spiegarlo senza retorica. Un agente non è una macchina che decide al posto tuo: è un pezzo di lavoro ripetitivo che spieghi a parole e che poi si esegue da solo, con te che controlli il risultato. Riconciliare, ordinare, preparare, ricordare, rispondere alle domande sempre uguali. È lavoro che nelle grandi aziende fa una struttura, e che nelle piccole non fa nessuno o lo fa il titolare alle nove di sera.
Qui il divario si può chiudere per davvero, e per una ragione precisa: è la prima tecnologia in cui non serve essere grandi per usarla bene. Non ci sono licenze da centomila euro, non c’è un progetto di integrazione, non c’è un reparto. C’è da spiegare bene una cosa che sai fare, e chi la sa fare sei tu.
Chi sta in mezzo, e ha una scelta da fare
Questo ragionamento tocca una categoria che di solito nessuno nomina, e che invece è al centro esatto della storia.
In Italia i consulenti del lavoro iscritti agli ordini provinciali sono circa ventiseimilacinquecento. Assistono oltre un milione e ottocentomila imprese, gestiscono nei loro studi circa otto milioni e mezzo di rapporti di lavoro, e quasi l’80 per cento delle aziende private si serve di loro. Sono i numeri che il loro stesso Consiglio nazionale mette in prima pagina, e sono numeri enormi: vuol dire che fra la piccola impresa italiana e le sue regole non c’è lo Stato, c’è uno studio professionale.
Chi tiene in mano quel passaggio si trova davanti un bivio, e non è un bivio teorico.
Una parte di quel lavoro è competenza vera: leggere un caso che non somiglia agli altri, dire a un imprenditore che sta per fare una sciocchezza, tenere il punto davanti a un’ispezione, capire quale delle tre strade regge se un domani qualcuno contesta. Quella parte con gli strumenti nuovi non si riduce: aumenta di valore, perché il tempo che oggi finisce nei passaggi ripetitivi torna disponibile per il caso difficile.
Un’altra parte è trasmissione: prendere un dato da una parte e metterlo in un’altra, ricordare una scadenza, compilare. Quella parte il flusso automatico la fa meglio, la fa a mezzanotte e non sbaglia a copiare. Non è un’opinione mia ed è già successo in altri mestieri.
La cosa interessante è che la categoria lo ha visto prima di tanti altri. Dopo la legge del 23 settembre 2025 sull’intelligenza artificiale, il Consiglio nazionale dell’ordine ha mandato agli iscritti una nota, il 6 ottobre, che dice tre cose molto sensate: l’intelligenza artificiale si usa come strumento di supporto e non sostituisce il lavoro intellettuale del professionista, la responsabilità resta interamente sua, e al cliente si dice in modo chiaro che la si sta usando.
Non è una difesa corporativa, è una descrizione corretta di come si sta messi. Il consulente che diventa il supervisore di un flusso, e che risponde di quello che il flusso produce, vale per l’impresa più di prima. Il consulente che resta un centro di trasmissione dati verrà scavalcato, e non da un concorrente più bravo: dal fatto che quel passaggio non serve più a nessuno.
Chi fa impresa questa cosa la sa perché l’ha vissuta dall’altra parte. Il fornitore che ti risolve un problema che non sapevi di avere te lo tieni per vent’anni. Quello che ti manda un modulo da firmare lo cambi il giorno che qualcuno te lo manda a meno.
Cosa chiedo, che non costa un euro
A questo punto arriva sempre la proposta di un incentivo, di un bonus, di un credito d’imposta per la digitalizzazione delle PMI. Ne abbiamo avuti parecchi e il divario di quest’anno dice come sono andati.
Il problema non è che mancano i soldi per comprare gli strumenti. Il problema sono le trecentotredici ore. Un incentivo che ti dà il quaranta per cento su un software non ti restituisce il tempo per capire quale software, e infatti chi lo usa è chi aveva già qualcuno che se ne poteva occupare, cioè i grandi.
Quello che chiedo è più piccolo, e non costa niente allo Stato: che smetta di chiedere alle imprese i dati che ha già.
E non è una mia invenzione, ha già un nome e sta scritto nero su bianco fra le otto proposte cardine della CNA: once only, si danno le informazioni alla pubblica amministrazione una volta sola. Insieme a quella c’è il fascicolo digitale d’impresa, accessibile a tutti gli enti, che è lo stesso principio con un altro nome.
Ogni volta che un ufficio pubblico chiede un dato che possiede già, sta comprando tempo altrui e lo sta pagando con i soldi di chi lo produce. Il fastidio più segnalato da chi fa impresa è esattamente questo: ripresentare la stessa dichiarazione a ogni procedura nuova, mentre quei dati stanno in una banca dati pubblica, spesso a due porte di distanza da quella che li richiede.
Le cento proposte della CNA valgono cinquanta ore a impresa. Cinquanta ore sono più o meno il tempo che serve a una piccola impresa per capire dove mettere l’intelligenza artificiale, provarla su una cosa sola e vedere se funziona. Non è un paragone retorico: è lo stesso tempo, tolto da una parte e messo dall’altra.
Detta così, la semplificazione smette di essere una parola da convegno e diventa una politica industriale che non costa un euro. Ed è l’unica che agisce sul divario invece che sul prezzo.
L’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese – Istat, Imprese e ICT, anno 2025, 15 dicembre 2025. Imprese con almeno 10 addetti. Uso di almeno una tecnologia di IA: 16,4 per cento nel 2025, 8,2 nel 2024, 5,0 nel 2023. Grandi imprese 53,1 (32,5 nel 2024), PMI 15,7 (7,7 nel 2024). Il divario passa da circa 20 punti nel 2023 a 37 nel 2025. – Eurostat, Use of artificial intelligence in enterprises, dati 2025. UE 19,95 per cento. Piccole imprese, 10-49 addetti: 17. Medie, 50-249: 30,36. Grandi, 250 e oltre: 55,03. Rilevate 157.000 imprese su un universo di 1,53 milioni.
Il peso della burocrazia – CNA, Osservatorio Burocrazia, VI Rapporto. Media di 313 ore l’anno e 9.210 euro per impresa. Con le cento proposte di semplificazione si scenderebbe a 263 ore, quasi 1.500 euro risparmiati per impresa e 7 miliardi complessivi. – Istat, Censimento permanente delle imprese 2023: primi risultati. Anno di riferimento 2022, raccolta dati da novembre 2022 a marzo 2023, campione di circa 280.000 imprese con 3 o più addetti. Oneri amministrativi e burocratici indicati come ostacolo dal 27,1 per cento delle imprese, contro il 33,1 del 2018. Mancanza di risorse finanziarie al 23,7, era 29,6.
I consulenti del lavoro – Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, gennaio 2024. Circa 26.500 iscritti agli ordini provinciali. Oltre 1.800.000 imprese assistite. Circa 8.500.000 rapporti di lavoro gestiti negli studi. Quasi l’80 per cento delle aziende private si avvale delle loro prestazioni. – Legge 23 settembre 2025, n. 132, disposizioni e deleghe in materia di intelligenza artificiale. – Nota informativa del Consiglio nazionale dell’ordine, 6 ottobre 2025: l’IA va usata solo come strumento di supporto senza sostituire il lavoro intellettuale del professionista, la responsabilità resta esclusivamente sua, e il cliente va informato in modo chiaro e comprensibile.
Grafico: costruito sui dati Istat di dicembre 2025 con `Grafica/genera-grafici.py`.

