Tuo figlio eredita il capannone, non il mestiere

Il 5 settembre la CNA ha pubblicato un dossier che si chiama Imprese senza ricambio, e dentro c’è un numero che andrebbe letto due volte.

A giugno del 2025 i titolari di imprese individuali con almeno settant’anni erano 314.824, il 10,7 per cento del totale. Dieci anni prima erano 290.328, l’8,9 per cento. Sono aumentati di quasi venticinquemila, in un decennio nel quale le imprese individuali italiane sono diminuite di oltre trecentomila.

Fonte: Unioncamere e InfoCamere, dati del Registro imprese, comunicato dell’8 agosto 2025, ripresi nel dossier CNA del 5 settembre 2026.

Un calzolaio al banco, Amsterdam, gennaio 1950
Un calzolaio al banco, Amsterdam, gennaio 1950. Foto Ben van Meerendonk / AHF, collectie IISG Amsterdam, CC BY-SA 2.0.

Presi da soli, quei due numeri dicono un’altra cosa. Gli imprenditori anziani non crescono perché l’Italia invecchia e basta. Crescono perché restano: l’attività non passa a nessuno, e allora la tiene aperta chi c’è. Nel frattempo, fra il 2014 e il 2024, le imprese guidate da giovani sono calate di oltre 153.000 unità, meno 24 per cento. Nelle costruzioni meno 38,7, nel commercio meno 36,2, nel turismo meno 18,3.

Grafico: titolari di imprese individuali con almeno settant'anni
Titolari di imprese individuali con almeno settant’anni, quota sul totale. Fonte: Unioncamere-InfoCamere, Registro imprese.

Dove il fenomeno morde

In agricoltura quasi un titolare su tre ha passato i settanta, il 28,3 per cento. Nell’artigianato manifatturiero è il 9,6, nel commercio il 7,8, in alloggio e ristorazione il 6,6, che vuol dire oltre dodicimilaseicento persone. Per numeri assoluti la prima provincia è Napoli, con oltre 11.600, poi Roma con più di 10.200, poi Milano.

La CGIA di Mestre, ad agosto, aveva contato la stessa cosa da un’altra angolatura: 434.000 artigiani in meno in dieci anni, meno 25,1 per cento.

Il presidente della CNA, commentando il dossier, ha detto che ogni chiusura è la perdita di “competenze, professionalità, relazioni con clienti e fornitori”.

Ha ragione. E ha appena descritto un problema diverso da quello di cui stava parlando.

Quello che sparisce, e che non sta in nessun bilancio

Quando un’impresa chiude, i macchinari li compra qualcuno. I muri si vendono o si affittano. Il magazzino si liquida. Tutta questa roba ha un prezzo, e il prezzo si scrive in un atto.

Poi c’è il resto, e il resto è la parte grossa. Quale fornitore accetta di consegnare il sabato se glielo chiedi il giovedì. Quale cliente paga a sessanta giorni senza dirlo e quale a trenta se lo chiami. Perché nel 2019 hai detto di no a un contratto che sembrava buono, e cosa è successo a chi ha detto di sì. Come si tratta quella macchina quando fa quel rumore. A che ora del venerdì si ordina, e perché quell’ora e non un’altra.

Niente di tutto questo è scritto da qualche parte. Sta nella testa di una persona, e il giorno che quella persona smette, smette tutto insieme a lei. Non si svaluta e non si svende: sparisce, e il giorno dopo è come se non fosse mai esistito.

Quanto valga non lo sa nessuno, perché nessuno lo ha mai misurato. Cerchi un dato su quanto tempo serve perché una persona nuova sappia quello che sapeva chi se n’è andato, e trovi cifre che rimbalzano da un articolo all’altro senza che nessuno indichi mai lo studio da cui vengono. Otto mesi alla piena produttività, il costo di sostituzione fra il cinquanta e il duecento per cento dello stipendio annuo: numeri ripetuti ovunque, verificabili in nessun posto. Le imprese che chiudono le contiamo con il decimale. Quello che se ne va insieme a loro non lo conta nessuno, e infatti non lo piange nessuno.

L’obiezione seria, che va affrontata subito

A questo punto chi fa un mestiere con le mani ha già smesso di leggere, e ha una buona ragione.

Nel 1966 Michael Polanyi ha scritto una frase che da allora chiude la discussione: we can know more than we can tell, sappiamo più di quanto riusciamo a dire. Il suo esempio è il ciclista, che sa andare in bicicletta e non sa spiegare come fa a stare in equilibrio. Vale per chi impasta e sente con le mani che la pasta è pronta, per chi sente dal rumore che il motore ha qualcosa, per chi guarda in sala e capisce in tre secondi come sta andando la serata.

Quella roba lì non si scrive. Chi dice che basta scriverla non ha mai fatto quel mestiere, e Polanyi lo aveva già smontato sessant’anni fa. In azienda il ragionamento è arrivato con Ikujiro Nonaka: la conoscenza tacita passa per affiancamento, uno guarda e l’altro fa, ed è il motivo per cui la bottega ha funzionato per seicento anni.

Un nichelatore al lavoro e un ragazzo che guarda, Amsterdam 1952
Un nichelatore al lavoro, e dietro di lui un ragazzo che guarda. Amsterdam, marzo 1952. Foto Ben van Meerendonk / AHF, collectie IISG Amsterdam, CC BY-SA 2.0.

E non tutte le imprese che chiudono chiudono per un errore. A volte quel mestiere non serve più, e tenerlo in vita a spese di qualcun altro non è una politica industriale, è un sussidio con un altro nome.

Quello che invece si scrive, e nessuno scrive

Polanyi parlava del gesto. Le decisioni sono un’altra cosa.

Il motivo per cui hai scelto quel fornitore e non quello che costava meno non è conoscenza tacita: è un ragionamento, con dentro un fatto che ti è successo. Lo sai dire. Non lo hai mai detto perché non te lo ha mai chiesto nessuno e perché sembrava che sarebbe stato ovvio per sempre.

Prendi una cosa che fai da vent’anni sempre allo stesso modo e chiediti se sapresti spiegare a voce perché la fai così. Se la risposta è sì, quella cosa è scrivibile e non è scritta. Se la risposta è no, allora è mestiere vero, e per quella serve una persona accanto per un anno.

Quasi tutto quello che si perde quando chiude un’azienda sta nel primo gruppo.

Lo so anche da me. Faccio decine di cose ogni giorno senza pensarci: le ho imparate rubando il mestiere, guardando chi le faceva e provando finché non venivano, e adesso sono parte di me. Se dovessi spiegarne una, mi toccherebbe guardarmi le mani per capire cosa stanno facendo.

Gli orientali hanno un nome per questo, ed è più preciso del nostro: wu wei, l’agire senza sforzo. Zhuangzi lo raccontava con il cuoco Ding, che squartava il bue davanti al re: dopo diciannove anni la sua lama era affilata come il primo giorno, perché aveva smesso di tagliare e seguiva le giunture. All’inizio, dice, vedevo il bue intero. Dopo tre anni non lo vedevo più.

Quella parte non si scrive, ed è giusto così. Ma il giorno che chiudo se ne va anche tutto il resto, che con il bue non c’entra niente: le decisioni, i motivi, le persone da chiamare. E quella non era conoscenza tacita. Era solo roba che non ho mai scritto.

Cosa è cambiato, e quanto ci mette a cambiare davvero

Fino a pochi anni fa scrivere tutto questo era un secondo lavoro. Bisognava sedersi, decidere una struttura, tenerla in ordine, ritrovare le cose. Chi apre alle sei del mattino non lo ha mai fatto, e faceva bene: gli stavamo chiedendo di fare l’archivista dopo il turno.

Quella scusa oggi non esiste più. La parte noiosa la fa una macchina: le decisioni si dettano mentre si guida, e qualcun altro le mette in ordine, le lega alle persone e alle date, e le ritrova il giorno che servono. Niente da imparare e nessun corso da fare: è un archivio che si tiene da solo. Chi dice ancora che non ha tempo sta dicendo un’altra cosa.

A me è già capitato, e su una cosa che avrei giurato di ricordare bene. Il mese scorso avevo in testa un esempio che mi sembrava perfetto: quello che da noi si prometteva di abolire, a Madrid era stato sostituito invece che spento. Suonava così bene che stavo per scriverlo.

L’ho fatto verificare prima, e non reggeva. A Madrid avevano provato eccome ad abolire: la moratoria sulle multe era durata cinque giorni, dal 27 giugno 2019 fino a quando un giudice l’aveva sospesa. Non era stata saggezza politica, era stato un tribunale.

Quelle date non le avrei sapute ridire nemmeno sotto tortura. Adesso stanno in una scheda con dentro anche il motivo per cui l’esempio non va usato, e il giorno che mi tornerà in mente, perché mi tornerà in mente, a rispondermi non sarà la memoria.

Scriverlo, però, non basta. Un archivio che nessuno apre è carta. La BCE ha misurato ad agosto che l’uso dell’intelligenza artificiale sul lavoro è passato dal 26 al 52 per cento in due anni, e che il guadagno di efficienza per l’economia resta al 3,8 per cento, con la produttività che sale di 0,35 punti l’anno. Sam Altman, che quella tecnologia la vende, lo ha detto in agosto parlando contro il proprio interesse: l’economia ha moltissima inerzia, le persone continuano a fare le stesse cose, e sui tempi si sono sbagliati tutti.

Fonti: Banca centrale europea, blog del 26 agosto 2026 su Consumer Expectations Survey, ventimila intervistati al mese in undici paesi; Sam Altman al podcast Founders di David Senra, 23 agosto 2026.

Scrivere l’archivio è diventato quasi gratis. Leggerlo e usarlo resta un lavoro che deve fare qualcuno, e lì si ferma quasi tutto.

Cosa chiederei, se dovessi chiedere una cosa sola

Sul passaggio generazionale si parla quasi sempre di tasse e di notaio. Sono cose che servono, e intanto il pezzo grosso resta fuori dal discorso.

Un’impresa che chiude perché il mercato l’ha superata ha fatto il suo corso. Un’impresa sana che chiude perché quello che teneva in piedi stava nella testa di una persona sola è una perdita secca, e non compare in nessuna statistica.

Grafico: imprese guidate da giovani, variazione 2014-2024
Imprese guidate da giovani, variazione dal 2014 al 2024. Fonte: Unioncamere-InfoCamere, nel dossier CNA del 5 settembre 2026.

Qui non c’è una legge da cambiare, e non c’è niente da chiedere a nessuno. C’è da smettere di raccontarsi che il mestiere si trasmette guardando: per guardare bisogna essere in due, e il secondo, sempre più spesso, non c’è.

Il capannone lo eredita chiunque. Quello che sai si eredita solo se qualcuno lo ha scritto. Chi non lo scrive non sta difendendo un segreto: sta decidendo, senza dirlo a nessuno, che finisca con lui.

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