A luglio un cliente, prima di saldare una fattura, mi ha chiesto il DURC. È una sigla che chi ha un’azienda conosce e chi non ce l’ha non ha mai sentito: Documento Unico di Regolarità Contributiva. Un pdf di una pagina in cui INPS e INAIL dichiarano che la mia società ha versato i contributi dei dipendenti e i premi dell’assicurazione contro gli infortuni. Il cliente lo chiede perché in certi rapporti la legge gli fa portare una parte del rischio se io non pago. Fa bene a chiederlo. Lo Stato me lo dà così.

Sulla carta il sistema è fra le cose meglio riuscite della nostra amministrazione. Dal 1° luglio 2015 il DURC si chiede solo online e la verifica, dice il decreto del 30 gennaio 2015 che lo regola, avviene “in tempo reale”: il portale interroga gli archivi di INPS, INAIL e Casse edili, e se tutto torna il pdf esce in pochi secondi e vale 120 giorni. Il 5 novembre 2015 il Ministero del Lavoro pubblicava un comunicato dal titolo “una semplificazione che funziona”: nei primi quattro mesi 1.241.220 richieste, l’84,65 per cento evase all’istante. Per otto imprese su dieci è andata così anche a me, in questi anni. A luglio ero nelle altre due.
Trentuno giorni, in ordine
Giorno 1. Entro nel portale con lo SPID e chiedo il DURC. La risposta è “in verifica”. Il motivo sta all’INAIL: un premio arretrato, con la sanzione. Il decreto lo chiama “invito a regolarizzare” e dà quindici giorni per pagare.
Giorno 2. Pago con un modello F24 dalla banca. L’F24 è il canale dello Stato: i soldi passano dall’Agenzia delle Entrate e arrivano all’ente con un numero di protocollo.
Giorno 3. Mando alla sede INAIL, per posta certificata, la ricevuta del pagamento. La sede risponde che la “disposizione autorizzata” della banca non basta: serve la quietanza, cioè il documento con il protocollo telematico.
Giorno 8. Scarico la quietanza dal portale della banca e la rimando per posta certificata.
Giorno 9. La sede INAIL risponde. Lo stesso premio, con la stessa sanzione, era già stato iscritto a ruolo in una cartella notificata a febbraio e affidata all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Trattandosi di cartella già notificata, scrive l’ufficio, non si può procedere allo sgravio, perché il pagamento è arrivato dopo la notifica. Tradotto: ho pagato l’importo giusto all’ente giusto attraverso il canale dello Stato, ma allo sportello sbagliato dello stesso Stato.
Giorno 19. Pago anche la cartella, con gli interessi di mora e i diritti di notifica. Poi scrivo la terza posta certificata: chiedo il rimborso del primo pagamento, o in subordine un credito sui premi dell’anno prossimo, e chiedo che qualcuno chiuda la verifica del DURC. Al giorno 19 la pratica risulta ancora “in verifica”.
Giorno 32. Il DURC esce. Un pdf di una pagina che dice che la società è in regola. Il decreto del 2015 dà all’invito a regolarizzare un effetto “non superiore a 30 giorni dall’interrogazione”: la mia verifica ne ha presi trentuno. E il documento vale 120 giorni dalla data della richiesta, non da quando esce: è arrivato con trentuno giorni di validità già spesi. Ne restavano ottantanove.

Il conto
Tre enti: INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate-Riscossione. Quattro canali: il portale del DURC, la banca per l’F24, PagoPA per la cartella, la posta certificata per tutto il resto. Tre PEC scritte da me, due ricevute. Un debito pagato due volte. Trentuno giorni, e un cliente che ha aspettato un mese per un pdf.
E una colonna a parte, la più importante: le informazioni che ho fornito allo Stato e che lo Stato non avesse già. Zero.
Lo Stato sapeva del debito, perché l’invito a regolarizzare e la cartella li ha scritti lui. Sapeva del pagamento, perché l’F24 gli passa in casa e arriva con il suo protocollo. Sapeva che l’invito e la cartella erano lo stesso debito, perché stesso premio, stesso periodo, stessa società. Ogni ufficio sapeva la sua parte. Nessun sistema ha detto niente al sistema accanto. Quello che ha portato le carte da una scrivania all’altra, a sue spese, sono stato io.

La legge lo dice già
Sulla carta questa cosa è vietata da quattordici anni. Dal 1° gennaio 2012, per l’articolo 15 della legge 183 del 2011, un ufficio pubblico non può chiedere a un cittadino un certificato su fatti che un altro ufficio pubblico conosce: li acquisisce d’ufficio, come dice l’articolo 43 del testo unico sulla documentazione amministrativa. Su ogni certificato deve esserci scritto, a pena di nullità, che non può essere prodotto a un’amministrazione pubblica. Il DURC chiesto da un cliente privato sta fuori da quella norma per un cavillo, ma la sostanza è identica: lo Stato certifica a se stesso che ho pagato lo Stato, e per farlo chiede a me di dimostrarglielo. L’Europa ha messo lo stesso principio in un regolamento, il 2018/1724 sullo sportello digitale unico, e gli ha dato un nome che si capisce: once only. Il dato lo dai una volta.
Come dovrebbe essere
Nessun documento. Una posizione di regolarità viva, aggiornata dagli stessi archivi che oggi vengono interrogati a richiesta, visibile a me e a chi ha titolo per vederla, il cliente compreso, con un consenso e un clic. Se manca qualcosa, un avviso con l’importo e un pulsante per pagare. La posizione torna verde nel momento in cui il pagamento entra nel canale dello Stato, perché il canale è già il suo. L’invito a regolarizzare e la cartella sono lo stesso debito su un unico registro, quindi pagarlo due volte diventa impossibile. La quietanza non la chiede a me: ce l’ha lui.
Per fare questo non serve un’intelligenza superiore. Serve il lavoro più noioso che esista, riconciliare tre archivi che parlano di me e non si parlano fra loro. È il lavoro che i modelli di oggi fanno meglio di chiunque, e che una piccola azienda fa già ogni sera sulla sua contabilità, con strumenti che costano meno dei diritti di notifica di una cartella.
Chi ha sbagliato
Nessuno, secondo le proprie regole. Il funzionario che mi ha scritto che la cartella già notificata non si sgrava ha applicato la norma. Il portale che ha messo “in verifica” ha fatto quello per cui è programmato. La banca ha rilasciato il documento che rilascia. La somma di tanti comportamenti corretti è un’impresa che paga due volte e un cliente che aspetta un pdf.
La responsabilità sta a monte, in chi ha disegnato la macchina così e la lascia così. E sta in chi, senza volerlo, campa di ogni passaggio in più: un consulente che lo segue, un ufficio che lo istruisce, una coda che giustifica un organico. Quando si dice che la burocrazia a zero è un sogno, è a loro che si sta dando ragione.
Qui non serve una riforma. La legge del 2012 c’è, il regolamento europeo c’è, gli archivi ci sono, la tecnologia costa poco. Serve una decisione: il DURC non si chiede, si vede. La mia pratica si è chiusa al trentunesimo giorno, uno oltre il termine che il decreto si era dato da solo. Il conto l’ho tenuto io, perché la macchina non lo tiene.

